Il tempo del cuore

Gli stili di vita odierni ci hanno rubato il tempo per noi stessi, che spesso è un tempo da condividere con gli altri: le attenzioni, le gentilezze, le coccole, le carezze, gli sguardi, il gioco, l’ironia, l’osservazione, l’ascolto… il tempo, come ho letto in n bellissimo libro che consiglio, “Momo” di Michael Ende, sta nel nostro cuore. Se lo perdiamo, siamo perduti in un vortice che ci succhia la vita e la vitalità. Il tempo del cuore è un tempo interiore, non significa mancare di efficienza, non adempiere agli impegni; significa trovare il proprio ritmo, saper lasciare andare, saper dire no, saper riconoscere che è troppo per noi e, in ultimo, uscire da quello che definisco “delirio di onnipotenza” che spesso ci assale: voler arrivare dappertutto, volersi sentire bravi ed efficienti e cercare di avere tutto sotto controllo (perché solo noi lo sappiamo fare bene!). Al di là delle effettive richieste che impegnano molto del nostro tempo, possiamo e dobbiamo ammettere che a volte (o spesso) la sensazione di essere in un frullatore è il risultato di un nostro atteggiamento. Per rallentare il ritmo interiore, senza venir meno ai doveri, basta non innescare il pilota automatico e portare attenzione a quello che si fa, a come lo si fa, a che cosa si prova mentre lo si fa, introducendo variazioni… e tutto cambia, perché come per magia il tempo interiore si dilata, si delinea, si definisce: ci i rispetta di più, si prova più piacere in ciò che si fa, si dà senso ai gesti del quotidiano che diventano unici e mai scontati, si vince la noia della routine, si allena il cervello a rimanere attivo e giovane! Qualche esempio pratico: i lavori domestici, tanto odiati, possono diventare un’opportunità meditativa e, perché no, di fitness. Se ad esempio sono attenta a come lavo i vetri, posso sentire il mio movimento, introdurre delle variazioni nel respiro, nel passaggio di peso da una gamba all’altra, nell’uso delle mani ecc. E se ascolto della musica posso anche variare il ritmo e creare una danza. In coda in posta o alla cassa? Posso anche qui giocare con il mio peso e il mio equilibrio. Se invece sono in auto nel traffico, anziché innervosirmi e insultare tutti quelli che considero incapaci di guidare, posso portare l’attenzione al mio stato interiore, al respiro, al modo in cui sono seduta/o e fare piccole pressioni con la colonna vertebrale sul sedile, muovere gli ischi, contare i denti con la lingua, ma anche pensare a qualcuno, immaginare, progettare, sognare… i piccoli giochi fisici che ho citato provengono tutti dalle lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais. Sono le lezioni di gruppo che insegno a Milano e provincia e anche online per chi vive lontano e vuole lavorare con me o non trova un insegnante Feldenkrais nella sua zona. Il vantaggio di queste lezioni è che sono tutte integrate e integrabili con le azioni e i gesti quotidiani. Sono pensate proprio per migliorare questi gesti e ci abituano a porre attenzione a come li eseguiamo, attraverso la lentezza e la riduzione del movimento. Piccolo e lento è il segreto del Metodo Feldenkrais per permettere di osservarsi, sentirsi, conoscersi, riconoscere le proprie abitudini, a cui si aggiunge la strategia della variazione, così da scoprire e imparare nuovi  modi di fare le cose, uscire dalla noia della routine, guadagnando in efficienza, benessere, salute, piacere e… velocità. Sì, perché quando il movimento è più funzionale ed economico si riesce a essere molto rapidi e veloci se necessario, senza affaticarsi e senza diventare frettolosi e ansiosi. Nel piccolo, lento e ricco di variazioni si inserisce l’attenzione, che è la chiave del cuore. Senza attenzione non ci può essere l’incontro degli sguardi, non ci possono essere i sorrisi, gli scambi di piacere, la gentilezza.

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Strategie Feldenkrais per liberare il collo

Molte persone soffrono di rigidità e tensione al collo e pensano di dover rendere il collo più flessibile. Se il collo duole, è perché altre parti della colonna vertebrale non partecipano abbastanza al movimento. Il Metodo Feldenkrais lavora sempre tenendo presente l’intera organizzazione muscolo-scheletrica della persona e mette in atto strategie di apprendimento affinché le parti “pigre” si risveglino, così da ottenere un movimento bilanciato tra i muscoli più forti e profondi e quelli più sottili e superficiali. Si tratta, in pratica, di redistribuire il lavoro muscolare in modo armonioso e “intelligente”. Per raggiungere questo obiettivo, il Metodo Feldenkrais utilizza movimenti che permettono al nostro organismo di sperimentare nuove possibilità, che si rivelano più funzionali. Di conseguenza l’organismo le adotta in modo del tutto naturale e fisiologico, poiché queste nuove possibilità non vengono apprese in modo teorico o astratto, come quando ci si sente correggere a parole, ma attraverso l’esperienza e le sensazioni che ne derivano. La nuova opzione viene integrata dal corpo-mente in modo individuale e concreto. Trovo che questo breve video mostri in modo molto chiaro il concetto appena descritto: con pochi, semplici, inusuali movimenti, Ruthy Alon, allieva di Feldenkrais e ideatrice del programma “Bones for life”, elimina la tensione al collo creando una sequenza in cui quest’ultimo viene escluso dal movimento, così da invitare a partecipare quelle parti della schiena meno attive. Esse diventano più mobili e più partecipi, liberando il collo dal lavoro in eccesso. Sembra magia, ma magia non è. E’ il frutto di un Metodo intelligente e sofisticato che permette all’essere umano di cambiare radicalmente verso un processo di salute autentica e personale.

 

 

Muscoli: lavoro o sforzo?

Qual è il giusto lavoro muscolare? Dove inizia lo sforzo inutile? Come si fa ad accorgersi che ci si sta muovendo con tensioni che porteranno al dolore? I nostri stili di vita ci inducono a fare sempre più cose in sempre meno tempo, con un senso di non “arrivare mai”. Non solo, la stessa cultura e l’educazione ci passano il messaggio che dobbiamo sforzarci per raggiungere risultati, per non rimanere al palo, per sentirci accettati, stimati, rispettati. Ma qual è il prezzo di questa mentalità? Credo la mancanza di salute, oltre che di felicità: dolori che vengono accettati come inevitabili o ineluttabili, cui far fronte con terapie e medicinali, in un allontanamento sempre più profondo da se stessi. Dolore anche nelle relazioni personali: o perché si è troppo sotto stress per avere un atteggiamento sereno, o perché si è troppo stanchi per coltivarle… ci si sente sopraffatti e si opta per la “sopravvivenza”.

Migliorare qualità di vita si può! E non c’è bisogno di rivoluzionare tutto, di fuggire su un’isola deserta. Arrivare alla consapevolezza attraverso l’ ascolto di sé e il movimento, come propone il Metodo Feldenkrais, significa accorgersi immediatamente quando è “troppo”, quando ci si sta avvicinando ai propri limiti, per non oltrepassarli. Per prendersi un momento, anche solo un momento – preziosissimo – e riconnettersi, distrarsi, lasciar andare, abbassare il rumore interiore, pensare a sé, sentirsi e sentire i propri bisogni e rispettarli, senza agire in automatico.

Faccio un piccolo esempio di ascolto di sé e di possibilità di recupero delle proprie energie: quando ti sdrai sul letto alla fine della giornata, sei sicuro di usarne veramente il supporto abbandonandoti alla forza di gravità? Spesso anche da sdraiati rimaniamo con i muscoli inutilmente contratti. Ti suggerisco di prenderti un momento per sentire i tuoi appoggi e notare se stai ancora “tenendo” nonostante tu possa lasciar andare il tuo peso. Gli stessi occhi, la lingua, la mandibola, le labbra… come sono? Nota, se sei supino, sul fianco o sulla pancia, verso quale direzione vengono chiamati… usa la forza di gravità come alleata, lascia che gli occhi scendano verso il materasso, sentine la sfericità e il peso; lo stesso fai con la lingua, con la mandibola e il resto di te. Ascolta il respiro e allunga la fase dell’espiro per poter abbandonare il corpo al supporto del materasso e del cuscino. I muscoli trattengono le nostre emozioni, rilassare i muscoli significa lasciarle andare.

Puoi scaricare gratis la guida “Zero Stress in 9 mosse“.

 

Respirare per allargare gli spazi

Il respiro non soltanto è il primo movimento vitale, è anche la fonte e la prova del nostro benessere, in quanto è il primo elemento che si modifica se non siamo sereni, se non rispettiamo i nostri ritmi. Il respiro è anche legato al modo in cui ci muoviamo: prova a compiere un qualsiasi gesto bloccando il respiro e vedi che effetto ha sulla qualità del tuo movimento. Se il respiro è corto, frenato e non in armonia con i tuoi movimenti, questi saranno limitati e poco armoniosi. Il modo in cui ci muoviamo e le posture che assumiamo denotano quindi il nostro modo di respirare. Lavorare sul respiro è fondamentale per la nostra salute, fisica, psichica, emotiva. Ma lavorare sul respiro non è sempre semplice: per chi non è abituato ad ascoltarsi e non ha una chiara immagine di sé – di come si muove lo scheletro attraverso il movimento del respiro – non è così immediato. Ci vuole tempo. E a poco servono le tecniche del respiro senza una consapevolezza di come funzioniamo. Con consapevolezza intendo esperienza di sé nell’auto-osservazione, l’unica che ti permette una conoscenza concreta e individuale, quindi reale. Altrimenti anche la più efficace tecnica di respiro che ti possono insegnare può servire a poco, poiché rimane sempre qualcosa di esterno che ti hanno cucito addosso. Con il Metodo Feldenkrais non insegno una tecnica di respiro, ti conduco a osservare e a conoscere il tuo modo di respirare, ti propongo altre strade e nuove possibilità, affinché il tuo sistema nervoso accolga quelle più funzionali e più giuste per la tua organizzazione muscolo-scheletrica. Non solo, il Metodo Feldenkrais non è mai avulso dal movimento, dalla concretezza di questo movimento nella vita quotidiana e quindi esplori le possibilità del respiro nel movimento, perché è a questo che il respiro ti serve: a vivere la vita di tutti i giorni, a muoverti con più agio anziché boicottare inconsapevolmente le tue azioni, a essere più in contatto con te stesso per pensare con maggiore chiarezza e ascoltare le tue emozioni, sapendo che, proprio per l’interazione corpo-cervello, attraverso il respiro puoi guidarle e controllarle meglio. Perché sei un’unità e in questa unità basta modificare un elemento che si modifica tutto il resto.

In questa lezione audio ti propongo un’esplorazione sul respiro connessa alle relazioni spaziali interne, ossia fra le varie parti dello scheletro, e alla relazione con lo spazio esterno, la tua presenza nell’ambiente.

Come mantenere una schiena flessibile

Il mal di schiena è uno dei disagi più comuni a causa dei nostri stili di vita che ci costringono a stare seduti molto tempo fin dall’età scolastica. L’unico modo per combatterlo è dedicare anche pochi minuti al giorno per prevenire la rigidità della schiena e la tensione che ne deriva, spesso causa di dolori e bruciori anche quando non si hanno particolari problemi posturali. Non solo: un altro antidoto è quello di imparare una seduta dinamica, come introdotto nelle sequenze audio “Star bene da seduti” 1 e 2 e “Orologio pelvico 1” che trovi nelle risorse gratuite.

In questo articolo ti segnalo l’ultima sequenza suggerita da MovimentoSano per mantenere la colonna flessibile. Come sempre, è tratta dalle lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento elaborate dal dottor Moshe Feldenkrais, lo scienziato che ha anticipato i tempi, fondando un metodo di educazione somatica a metà del Novecento, proponendo rispetto alle terapie tradizionali un’autoeducazione del corpo che permette di mantenere uno stato di salute, con potenti effetti terapeutici a livello fisico e psicologico. Le lezioni audio che propongo sono sempre estratte da quelle complete di Feldenkrais che insegno nei corsi di gruppo, della durata di 45 minuti, un tempo che però è difficile da trovare per se ogni giorno (purtroppo). Per agevolare il mantenimento quotidiano di una schiena sana e senza dolori però bastano anche dai 10 ai 20 minuti, come negli audio che propongo. Ti ricordo che se li vuoi ricevere nella tua casella di posta basta iscriversi alla newsletter di MovimentoSano, ne riceverai uno ogni mese.

Buona pratica e Buon Anno!

MovimentoSano si presenta

MovimentoSano è un approccio al benessere integrato che intende la persona nella sua globalità come sistema corpo-mente che si basa sui principi del Metodo Feldenkrais e sulle scoperte più all’avanguardia della neuroscienza. Complesso e articolato nelle sue sofisticate strategie, il Metodo Feldenkrais è semplice da praticare, con benefici concreti e duraturi nel tempo per la salute e il senso generale di benessere.

Lo straordinario mondo del camminare

“Lo straordinario mondo del… camminare” è l’articolo per Piuturismo dedicato a chi ama camminare, in cui descrivo come questo complesso movimento, consigliato per star bene e in forma, può potenziare i suoi benefici e dare un benessere integrato se eseguito con alcune accortezze e con le strategie del Metodo Feldenkrais. Camminare è sì un toccasana, ma a volte può anche darci dolori e piccoli problemi, perché camminare è un’arte da imparare e non si “impara a camminare camminando”, come diceva Moshe Feldenkrais, bensì attraverso le tante tappe del nostro sviluppo neuromotorio durante il primo anno di vita. Ripercorrere queste tappe può essere illuminante e prezioso per trovare una camminata più agile e leggera!

La magia del Metodo Feldenkrais

Le gambe o le braccia che si allungano, gli occhi che si ingrandiscono, la visione periferica che si amplia, il respiro che si calma, una parte del corpo che si alleggerisce, un movimento prima impossibile che diventa facile, pensieri confusi che si chiariscono e altre simili trasformazioni sono esperienze comuni per chi partecipa alle lezioni collettive del Metodo Feldenkrais; così come chi ha provato una seduta individuale sa che la tensione alle spalle può scomparire dopo che l’operatore ha lavorato sulle dita del piede o che il collo si libera mentre si muove il bacino o, ancora, che una parte dolorante migliora dopo che è stata toccata la parte opposta… strani effetti che sembrano magia, dato che in pochi istanti, con inusuali modalità di lavoro e senza sforzi avvengono grandi cambiamenti e miglioramenti. Magia apparente, perché dietro a essa si celano saldi presupposti scientifici, con una profonda conoscenza dell’essere umano nella sua globalità, inteso come sistema integrato e interconnesso. Che cosa significa? Che Moshe Feldenkrais, fondatore del Metodo che porta il suo nome, già a metà Novecento aveva capito grazie alle ricerche in campo psicologico, cognitivo, neurofisiologico e neuromotorio che siamo esseri “interi” il cui nucleo, il sistema nervoso, è in perenne interazione con l’ambiente e che se vogliamo migliorare il particolare (ad esempio una parte dolorante) dobbiamo occuparci di come funzioniamo nella nostra integrità. Già, ma come funzioniamo? Il punto è che non lo sappiamo e questa scarsa conoscenza di noi stessi ostacola il nostro legittimo e naturale ben-stare. Le lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais ci permettono di conoscerci grazie a un’esperienza che coinvolge tutti i nostri sensi durante il movimento in relazione alle categorie spazio-temporali; un movimento eseguito secondo originali e raffinate strategie che parlano lo stesso linguaggio del cervello, così da innescare un cambiamento neurologico – quindi profondo, radicale, concreto e personale. Questo spiega gli effetti inaspettati e, spesso, sorprendenti, alla fine delle lezioni, senza aver attivato alcuna tensione verso l’obiettivo, cioè senza aspettative e senza le frustrazioni che solitamente ne conseguono. Le oltre mille lezioni concepite da Feldenkrais sono infatti un dialogo del corpo col cervello attraverso il movimento osservato ed esplorato con attenzione neutrale.

Le strategie sono molte e molto diverse dagli approcci  terapeutici o alle tecniche corporee tradizionali, come ad esempio quella del “minimo sforzo” (di cui ho parlato in un precedente articolo) che Moshe Feldenkrais così descrive in Mente e corpo:

Per ottenere l’atteggiamento mentale necessario a ridurre gli sforzi inutili il gruppo viene ripetutamente incoraggiato a fare un po’ meno bene del possibile, nel cercare di essere meno veloce, meno forte, meno aggraziato ecc. Spesso si chiede alle persone di fare del proprio meglio nel senso di fare deliberatamente un po’ meno. Ciò è più importante di quanto non sembri. Infatti, se viene messo in grado di percepire il progresso in uno stato di non tensione, l’allievo ha la sensazione di poter fare meglio, il che induce ulteriore progresso. Con tale atteggiamenteo della mente e del corpo si possono ottenere in venti minuti risultati che richiederebbero altrimenti parecchie ore di lavoro. Un particolare rilievo meritano alcuni movimenti molto piccoli, appena percettibili, di cui faccio ampio uso. Essi riducono in modo straordinario la contrazione involontaria dei muscoli; ad esempio, in pochi minuti, lavorando su un braccio o su una gamba, si riesce a farlo percepire più lungo o più leggero e alla sensazione dell’arto più leggero e più lungo si contrappone in continuazione quella dell’altro che viene avvertito come goffo e impacciato al confronto. Ciò favorisce tra l’altro il passaggio dell’apprendimento dall’azione su cui si è lavorato ad altre azioni, completamente diverse. Il trasferimento di apprendimento è sostanzialmente personale e differisce da un individuo all’altro. Qualcuno può avvertire il cambiamento nel parlare, altri nel modo di prestare attenzione o di osservare.

Un’altra strategia è l’asimmetria, ossia il lavoro su una sola metà del corpo:

in questo caso gli allievi recano con sé due diversi standard del proprio corpo – quello abituale e quello migliore che viene loro proposto e continuano a sentire la differenza finché il lato più goffo non si distende anch’esso. In tal modo essi imparano a lasciarsi andare, per così dire, dall’interno.

Particolarmente sofisticata è la strategia dell’immagine corporea, oggi ampiamente riconosciuta per la sua efficacia in training e terapie, nonché adottata in pratiche di meditazione e di mindfulness:

Altro principio è l’analisi dell’immagine corporea, che viene compiuta in due modi. Il primo consiste nell’indurre una sensazione di lunghezza, ampiezza e leggerezza in un lato del corpo muovendolo realmente, mentre l’altra metà viene portata a percepire la stessa sensazione con la semplice analisi mentale. L’analisi mentale consiste nell’ascoltare e acquisire consapevolezza della diversità di sensazioni della memoria motoria dei muscoli nelle due metà del corpo e della sensazione di cambiamento dell’orientamento nello spazio. Un secondo modo consiste nell’analizzare il corpo da entrambi i lati sin dall’inizio, rivolgendo l’attenzione alla percezione delle distanze fra diverse parti del corpo su un lato e sull’altro.

Si tratta di quello che gli allievi conoscono bene: lo scanning che introduce la lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento e la conclude per permettere di sentire le differenze: sdraiati sul tappetino, gli allievi osservano e ascoltano il corpo su un lato e sull’altro in termini di volumi, appoggi, pressioni, lunghezze. Questa analisi permette di riconoscere nel tempo la propria organizzazione muscolo-scheletrica, individuare le tensioni e le tendenze nell’orientamento rispetto allo spazio, infine osservare i cambiamenti in atto grazie alla pratica del Metodo. Un’altra strategia, frutto di un’intuizione preziosissima, è quella del tempo tra la fase preparatoria all’azione e l’azione stessa:

In tutti gli atti volontari due fasi si susseguono così rapidamente che è difficile percepire il lasso di tempo che intercorre fra l’una e l’altra. La fase preparatoria è la mobilizzazione dell’atteggiamento corporeo necessaria per compiere l’azione. La seconda fase è il compimento dell’azione. dal momento che vi è un intervallo di tempo minimo fra queste fasi è possibile imparare a inibire o a potenziare per scelta la mobilizzazione preparatoria. Quando vi è scelta, possiamo o completare l’azione o impedirla e annullare così l’i’ntero atteggiamento preparatorio. Nella lezione si chiarisce il lasso di tempo fra l’atteggiamento preliminare all’azione e il suo compimento. Tale chiarificazione o consapevolezza migliora la scioltezza e il controllo volontario dei movimenti.

51aHN5KIdtLQueste e altre strategie fanno del Metodo un approccio sofisticato e all’avanguardia alla salute umana, le cui potenzialità sono a mio parere ancora da approfondire per le risorse che ci riservano, tra l’altro di recente riconosciute da scienziati di fama mondiale. Ricordo fra tutti Norman Doidge con il suo libro The Brain’s Way of Healing ora tradotto italiano con il titolo Le guarigioni del cervello che dedica al Metodo Feldenkrais due interi capitoli e parte di un terzo. Per chi ne volesse un “asssaggio”, può leggere l’articolo “Nata senza una parte del cervello…” in cui ho tradotto un paragrafo importante prima della traduzione ufficiale del libro.

Ricordo che per esigenze e domande puoi contattarmi per una consulenza gratuita telefonica o su skype e se vuoi provare brevi estratti delle lezioni puoi curiosare nella sezione “risorse gratuite” oppure iscriverti alla newsletter per ricevere lezioni audio nella tua casella di posta.

Gattonare per camminare bene

Oggi si legge e si sente dire spesso che camminare è un toccasana per la nostra salute. E’ vero, ma per assicurarsi i benefici di tale attività è necessario che la forza generata dal movimento sia libera di trasmettersi in tutto il corpo, con una buona coordinazione tra anche e spalle e un buon equilibrio nel passaggio di peso da un piede all’altro. Come ottenere tali capacità? Il Metodo Feldenkrais offre un ampio repertorio di lezioni per migliorare la camminata, ma oggi voglio soffermarmi su un nucleo di lezioni particolari chiamate “I quattro punti” (mani e ginocchia e mani e piedi). Non dimentichiamoci che “Non si impara a camminare camminando”, come diceva Moshe Feldenkrais. Infatti, prima di poter camminare siamo passati per numerose tappe del nostro sviluppo personale, grazie alle quali abbiamo imparato innanzitutto a reggerci su due gambe – trovando l’equilibrio su due punti anziché quattro – per poi muoverci nello spazio da bipedi. Una di queste tappe è la fase del gattonare. Non hai gattonato da piccolo? Poco importa, è un programma dentro di noi al quale possiamo sempre attingere e che costituisce il modello-base per lo schema della nostra camminata. Gattonare unisce il lavoro dei sistemi sensoriali: vestibolare (per l’equilibrio), propriocettivo (per il senso di sé nello spazio), visivo; attiva e integra le diverse parti del cervello, stabilendo connessioni e percorsi neuronali che facilitano la comunicazione tra emisfero destro ed emisfero sinistro; aiuta a migliorare la coordinazione spalle-braccia e mano-occhi; rafforza il centro e facilita la trasmissione della forza dal centro alla periferia, gli arti, stimolandone e rafforzandone la muscolatura. Gattonare non migliora soltanto la tua camminata, ma il tuo movimento in generale, rendendoti più forte e più leggero al tempo stesso, con benefici sulla tua postura, la flessibilità della schiena, la vitalità e il buon umore. Vuoi approfondire e provare una sequenza? Iscriviti e riceverai una lezione audio con la prossima newsletter!

 

Nata senza una parte del cervello, oggi Elizabeth è laureata e sposata grazie al Metodo Feldenkrais

“Ballerà al suo matrimonio”, disse Moshe Feldenkrais di una bambina a cui mancava una parte del cervello che i medici avevano condannato con una tremenda diagnosi. E così fu. Lo racconta nel suo bestseller “The Brain’s Way of Healing” il neuroscienziato Norman Doidge. In attesa che questo prezioso libro sia pubblicato nella versione italiana, ho tradotto il paragrafo relativo a questo straordinario racconto, a dimostrazione del potere della neuroplasticità (abilità del cervello di modificarsi) e delle potenzialità umane n termini di salute, benessere, felicità in qualsiasi condizione un individuo si trovi. E’ un racconto toccante, commovente, emozionante, che ci riempe di speranza.

Dal libro “The Brain’s Way of Helaing”, Norman Doidge:

L’approccio di Feldenkrais può cambiare radicalmente la vita anche di persone nate senza  parti importanti del cervello, facilitando la differenziazione nelle restanti aree del cervello. Elizabeth, che ho intervistato, era nata senza un terzo del cervelletto, una parte del cervello che aiuta a coordinare e a controllare la sincronizzazione del movimento, il pensiero, l’equilibrio e l’attenzione. Senza cervelletto una persona ha difficoltà nel controllare tutte queste funzioni mentali. Il cervelletto è all’incirca delle dimensioni di una pesca ed è nascosto sotto gli emisferi cerebrali, verso il retro del cervello. Benché occupi soltanto un 10% circa del volume del cervello, contiene quasi l’80% dei neuroni cerebrali. Il nome tecnico per la condizione di Elizabeth è “ipoplasia cerebellare” e ai tempi di Feldenkrais non era conosciuta alcuna terapia che potesse cambiare il corso della malattia.

Quando Elizabeth era nell’utero, sua madre si era accorta che poteva esserci qualche problema, perché la bambina si muoveva poco. Quando Elizabeth nacque, non muoveva gli occhi, che tremolavano soltanto e non erano correttamente allineati. A un mese, raramente seguivano un oggetto. I suoi genitori erano spaventati dal fatto che la bambina potesse non essere normale. Quando crebbe, fu chiaro che ella aveva un problema di tensione muscolare. A volte era molto floscia, a indicare una debole tensione muscolare, altre volte la tensione era eccessiva e i suoi movimenti risultavano spastici, non volontari e non esplorativi. Fu sottoposta a tradizionali trattamenti di fisioterapia e di terapia occupazionale, che erano molto dolorosi per lei.

Quando Elizabeth ebbe quattro mesi, il direttore neurologo pediatrico del principale centro medico della città in cui viveva la famiglia eseguì un test dell’attività elettrica del suo cervello. Egli disse ai genitori di Elizabeth che “il suo cervello non si era più sviluppato dalla nascita in poi e che non c’era alcuna ragione per pensare che potesse svilupparsi in futuro.” La maggior parte di questi bambini mostrano deficit persistenti e allora (Anni 70) si credeva che il cervelletto avesse una plasticità limitata. Il medico disse inoltre loro che la condizione di Elizabeth era simile a quella della paralisi cerebrale e la sua previsione fu che non sarebbe mai stata in grado di stare nella posizione seduta, che sarebbe stata incontinente e che avrebbero dovuto affidarla a un istituto. Sua madre, quando l’ho intervistata, si è ricordata che egli disse “Il meglio che possiamo sperare è che si tratti di una condizione di profondo ritardo.” I medici di Elizabeth stavano descrivendo quella che era la loro esperienza con bambini simili, i quali avevano ricevuto trattamenti convenzionali, gli unici che essi conoscevano. Nonostante queste notizie, i suoi genitori non abbandonarono la ricerca di terapie alternative e di aiuto. Un giorno un amico, un chirurgo ortopedico che era venuto a conoscenza del lavoro di Feldenkrais, disse loro “Questo tipo può fare cose che nessun altro riesce a fare.” Quando essi seppero che Feldenkrais stava arrivando da Israele in una città vicino alla loro per insegnare a professionisti – una delle sue attività principali negli Anni 70 – gli chiesero un appuntamento.

Quando Feldenkrais incontrò Elizabeth per la prima volta, lei aveva 13 mesi e non era in grado di strisciare né di gattonare (lo strisciare precede il gattonare e significa avanzare sulla pancia). Ella era in grado di eseguire un solo movimento volontario: rotolare su un lato. Alla sua prima lezione di integrazione funzionale, non riusciva a smettere di piangere. La bambina aveva avuto numerose sessioni con terapisti che cercavano di farle fare cose per le quali non era pronta. Molti terapisti avevano insistito nel cercare di farla stare seduta, fallendo. Quando i corpi dei bambini sono spastici, questi movimenti sono per loro molto dolorosi, fino a farli piangere.

Secondo Feldenkrais, questi tentativi di scavalcare le tappe dello sviluppo sono un grave errore, perché nessuno ha mai imparato a camminare camminando. Occorre che siano assorbite altre capacità perché un bambino sia in grado di camminare – capacità alle quali un adulto non pensa e che non ricorda di aver imparato a sua volta, come l’abilità di inarcare la schiena e sollevare la testa. Solo quando tutti i tasselli sono al loro posto, un bambino può imparare a camminare spontaneamente. Feldenkrais si accorse che Elizabeth non riusciva a stare sdraiata comodamente sulla pancia e che quando era sulla pancia non riusciva ad alzare la testa.

Egli notò che il suo lato sinistro era in uno stato di spasmo totale, irrigidendo i suoi arti. Il suo collo era molto rigido, provocandole dolore. Il fatto che l’intero lato sinistro era spastico indicava che la sua mappa cerebrale relativa a quel lato era indifferenziata, anziché essere composta dalle centinaia di aree che l’avrebbero messa in grado di elaborare differenti tipi di movimento. Feldenkrais la toccò, con grande delicatezza, sul tallone d’Achille e comunque per lei era un tale tormento che egli capì che la prima cosa da fare era di risolvere questo dolore: doveva mettere il cervello in condizioni di poter apprendere.

“Dopo che Moshe la esaminò,” ha ricordato il padre, “mi disse: ‘la bambina ha un problema e posso aiutarla.’ Mi apparve sicuro. Mia moglie gli chiese di spiegarsi e lui iniziò a portare il piede di nostra figlia verso la caviglia e a piegarlo indietro e, prendendo le mie dita per appoggiarle sul tallone d’Achille, disse ‘Non può strisciare perché ha dolore se piega la gamba. Se ammorbidiamo questo punto, vedrà che potrà piegare la gamba. E quando faremo questo – ammorbidire i muscoli – l’intero suo comportamento cambierà.’ Presto Elizabeth fu in grado di gattonare. La volta successiva in cui Feldenkrais la vide, con lui c’era una delle sue giovani allieve, Anat Baniel, una psicologa clinica e figlia del suo intimo amico Avraham. Feldenkrais chiese a Baniel di tenere Elizabeth durante la lezione. Lui la toccava gentilmente per insegnarle a differenziare semplici movimenti. Elizabeth si faceva attenta, era coinvolta e felice. Feldenkrais delicatamente teneva la sua testa e la spingeva su e avanti, molto lentamente e con gentilezza, in modo da allungare la sua colonna. Di norma questo movimento provoca un naturale arco nella schiena, facendo ruotare in avanti il bacino – una reazione che accade normalmente quando una persona è in piedi. Lavorando con bambini affetti da paralisi cerebrale e altri non in grado di camminare, egli usava spesso questa tecnica per coinvolgere il bacino e farlo ruotare di riflesso. Ma quando provò con Elizabeth, Baniel non sentì alcun movimento. Il bacino della bambina era inerte. Allora Baniel decise che, mentre Feldenkrais tirava dalla testa, lei avrebbe gentilmente fatto ruotare il bacino di Elizabeth. All’improvviso ci fu movimento nella colonna e nel corpo spastico, chiuso e inerte di Elizabeth ed essi continuarono gentilmente a muovere la sua colonna più volte; dopodiché, provarono sottili variazioni del movimento. Alla fine della sessione, Baniel riportò Elizabeth da suo padre. Di solito, una volta fra le braccia del padre, la bambina si afflosciava su di lui, non avendo la capacità di controllare la testa. Ma questa volta lei inarcò la schiena, portò indietro la testa e poi si portò avanti più volte, posizionandosi di fronte al padre. I sottili movimenti che Feldenkrais e Baniel avevano fatto, avevano risvegliato l’idea di questi movimenti nel cervello di Elizabeth, dove si erano instaurati. Ora Elizabeth era in grado di muovere i grandi muscoli della colonna e della schiena in modo volontario, con un senso di piacere.

C’era ancora molto di cui preoccuparsi: Elizabeth era profondamente disabile e portava il carico di una diagnosi tremenda. Feldenkrais vedeva che i suoi genitori erano chiaramente preoccupati per il suo futuro. In genere in tali casi egli non era di molte parole. Ma Feldenkrais non giudicava il cervello di un bambino nello stadio evolutivo in cui il bambino si trovava, bensì dalla possibilità di apprendimento del bambino una volta dati gli stimoli appropriati per quello stadio e quella volta si pronunciò: “E’ una bambina intelligente,” disse, “ballerà al suo matrimonio.”

Feldenkrais ritornò in Israele. Negli anni successivi i genitori di Elizabeth fecero di tutto per portargliela ogni volta che fosse possibile. Gliela portarono in stanze d’albergo quando egli veniva negli Stati Uniti o in Canada e andarono in Israele tre volte per incontri giornalieri nello studio di Feldenkrais per due o quattro settimane consecutive. Quando Feldenkrais compì 77 anni, si ammalò mentre si trovava in una cittadina svizzera.  Perse conoscenza e i medici scoprirono che aveva un’emorragia cerebrale. [….]

Alla fine dei suoi 70 anni e ammalato, egli si occupò sempre di più dei bambini che gli arrivavano da Baniel. Baniel via via si prese cura di Elizabeth, volando da lei per periodi di tre settimane, dandole lezioni quotidiane. Elizabeth la vide a intermittenza per anni e i suoi progressi si velocizzarono.

Oggi Elizabeth ha trent’anni e ha due lauree. E’ piccola e ha una voce dolce. Cammina e si muove con tale facilità che per un osservatore è impossibile pensare che un giorno le era stato diagnosticata l’immobilità per tutta la vita in un istituto, affetta da grave ritardo mentale. “Moshe,” mi ha raccontato Elizabeth, “disse a mio padre che quando avrei avuto 18 anni nessuno avrebbe potuto immaginare quello che era successo.” Lei ricorda piccoli flash delle visite in Israele, “mi ricordo Moshe, i suoi capelli bianchi, la camicia azzurra e il fumo che c’era nella stanza” – Feldenkrais fumava durante le lezioni – “e lui che mi sussurrava all’orecchio per calmarmi.”

Le sue due lauree sono di due grandi università: un master in studi giudaici del Vicino Oriente un master in lavoro sociale. Ha tuttoggi leggeri sintomi della sua ipoplasia cerebellare: fa un po’ di confusione con i numeri e quindi matematica e scienza sono difficili per lei. Ma d’altro canto a lei piace studiare ed è diventata una lettrice vorace – Shakespeare, Tolstoy e molto classici. Oggi è a capo di una piccola impresa ed è felicemente sposata. E, sì, ha ballato al suo matrimonio.

(traduzione non ufficiale da “The Brain’s Way of Healing” di Norman Doidge, M. D., dal capitolo V, paragrafo “A Girl Missing Part of Her Brain” a cura di Livia Negri