Feldenkrais, l’allenamento del cervello

Il cervello è costruito, per sua natura, per cambiare se stesso

Così il noto neuroscienziato Michael Merzenich. Questa qualità del cervello si chiama neuroplasticità. A ciò si aggiunga che

I neuroni che si accendono assieme, si legano, neurons which fire together wire together (Norman Doidge, “Le guarigioni del cervello”)

Questi due presupposti sono un vero “tesoro” da cui l’essere umano può attingere per il proprio benessere, perché ci dice che non siamo “fissati” una volta per tutte, ma che possiamo cambiare e migliorare le nostre funzioni, anche in caso di malattie, incidenti, limitazioni di diversa natura. Un’ottima notizia in termini di qualità della vita. Ci sono sempre più studi, ricerche e testimonianze (si veda lo stesso libro di Doidge) di come il cervello riesca a recuperare funzioni grazie alla sua plasticità, se ovviamente essa viene stimolata in modo corretto (un esempio eclatante in cui è stato usato il Metodo Feldenkrais è la storia di Elizabeth, “Nata senza una parte del cervello“). Per attingere a questo potenziale il cervello deve essere “allenato”, altrimenti non solo non si creano percorsi neuronali nuovi, ma si perdono anche quelli non utilizzati. Sempre in Doidge leggiamo che:

la neuroplasticità o la si usa o la si perde, (use it or loose it).

Ecco perché oggi il Metodo Feldenkrais, fondato a metà Novecento, si rivela all’avanguardia e proiettato al futuro. La fiducia che il suo fondatore aveva nel potenziale umano si rivela ben riposta, il punto sta nel risvegliarla e il Metodo è uno degli approcci in grado di farlo. Esso infatti si basa sul linguaggio del cervello, che è il movimento, e utilizza questo linguaggio – il movimento – per stimolare un apprendimento continuo, ossia nuovi percorsi neuronali. Con movimento non si intende il gesto in sé, ma il processo che lo forma, includendo in un insieme sensazione, emozione, pensiero, azione. Il punto infatti non è quello di imparare a eseguire i movimenti, ma di imparare ad apprenderli nel loro farsi, osservando e sperimentando un processo sempre migliorabile. E’ come una meditazione: si elimina la finalità del gesto, benché esso abbia un obiettivo, per rimanere nel processo, nel “momento per momento”, senza giudizio, aperti a più soluzioni e modalità, quindi a strade sempre nuove. Fissarsi sull’obiettivo fa perdere l’attenzione su un ricca fonte di informazioni che arrivano durante il processo. Noi non possiamo sapere in anticipo la strada che ci permetterà di realizzare gli obiettivi futuri, possiamo costruirla soltanto in ogni nostro “passo” . Rimanere nel processo significa avere obiettivi flessibili. La compulsione verso l’obiettivo programmato (nei tempi e nei modi) limita la nostra capacità di risolvere i problemi, perché ci rende poco sensibili e attenti, tenendoci in ansia e facendoci cadere facilmente in uno stato di frustrazione e di fallimento se il nostro obiettivo si allontana, se si frappongono ostacoli. Dirigere l’attenzione su obiettivi flessibili ci fa invece giungere a quello finale in modo più consapevole… tanto che potremmo addirittura accorgerci di volerlo cambiare, perché magari non ci interessa più. E’ la differenza tra essere chiusi e rigidi o aperti e flessibili ed è quanto richiesto nelle lezioni Feldenkrais per un apprendimento autentico, che viene dalla nostra esperienza e dalla nostra capacità di trovare soluzioni, anche attraverso errori e tentativi. Questo apprendimento mantiene il cervello attivo, “acceso”, attingendo alla sua plasticità per trarne vantaggio in termini di benessere psicofisico. Fondamentale a questo punto elencare i principi che permettono questo stato di “on” del cervello, fuori dagli automatismi che lo addormentano. Sono i principi che trasformano il movimento in strumento prezioso per ricablare il cervello.

1. L’attenzione

“Il movimento è vita, senza movimento non c’è vita” (Moshe Feldenkrais),

“niente accade fino a quando qualcosa non si muove” (Einstein).

Il movimento è il linguaggio del cervello, lo aiuta a crescere e a formarsi; al tempo stesso il cervello è l’organizzatore del movimento (un cervello senza corpo non potrebbe pensare. Il movimento è essenziale per mantenerci in salute (si pensi ai danni da vita sedentaria), ma non basta. Il movimento automatico non innesca nessun cambiamento, rafforza semplicemente i modelli già acquisiti (le cosiddette abitudini neuromotorie). Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che nell’automatismo non si registrano cambiamenti significativi nell’attività neuronale. Mentre invece se ci muoviamo con attenzione a ciò che sentiamo mentre ci muoviamo, si formano nuove connessioni sinaptiche: il cervello si accende con billioni di nuove connessioni neuronali, quelle che servono per l’apprendimento di nuove risposte di adattamento (nuovi percorsi neuronali).

2. La lentezza

Quando ti muovi in velocità puoi fare soltanto ciò che sai fare (Moshe Feldenkrais),

mentre se rallenti dai la possibilità al cervello di porre attenzione e osservare, quindi conoscere quello che fai realmente per poter scegliere con maggiore libertà:

Se sai quello che fai, puoi fare quello che vuoi (Moshe Feldenkrais).

La lentezza è il presupposto per uscire dagli automatismi nel modo di agire, di pensare, di parlare, di interagire. Permette di entrare a un livello più profondo della nostra vita, meno reattivo e meno automatico. Il pensiero lento (attivato nella corteccia cerebrale) è quello che ci caratterizza come esseri umani, quello della riflessione, dell’introspezione (interessante a tale proposito la lettura de “L’elogio della lentezza” di Lamberto Maffei, professore di neurobiologia alla Normale di Pisa).

3. Le differenze

Il sistema nervoso impara se può percepire le differenze, ma per sentirle ha bisogno che lo stimolo si abbassi. Proprio l’opposto a cui siamo abituati, nella richiesta continua di sforzarci di più per ottenere risultati (nelle attività fisiche così come in quelle intellettuali). Invece per superare il dolore e la limitazione un cervello ha bisogno di diminuire gli stimoli- E’ come abbassare il rumore in una stanza per sentire i suoni più sottili. La legge fisica di Weber-Fechner, utilizata da Moshe Feldenkrais nel suo metodo, descrive come abbassando lo stimolo si aumenta la sensibilità e si potenzia l’abilità del cervello di percepire le più piccole differenze e apprendere nuove risposte grazie a nuovi percorsi neuronali.

4. Le variazioni

Sono quelle che ci risparmiano dalla noia, fornendo carburante al cervello grazie alla ricchezza di stimoli e di informazioni. Il cervello si nutre di variazioni, tutto ciò che è ripetitivo non lo allena. Le variazioni inoltre ci salvano dalla rigidità, dal percorrere sempre le stesse strade scivolando in una vita con “il pilota automatico”. Le variazioni stimolano la curiosità, sale della vita e origine della creatività, ci permettono di giocare e di risvegliare i nostri sensi, sentirci più vitali e di aprirci a nuove idee.

Questi quattro principi, riconducibili a un movimento eseguito con attenzione, senza sforzo, a una velocità che ci permette di osservarci e percepire differenze tra le diverse modalità, oltre che giocato sulle variazioni per tenere deste curiosità ed entusiasmo, rappresentano il tipo di  movimento eseguito durante le lezioni Feldenkrais che si riflette in un atteggiamento – un modus vivendi – nel nostro quotidiano; per una vita piena, ricca di stimoli e di gratificazione anche nei gesti più semplici che non diventano mai banali. I nostri sensi sono aperti e ricettivi, ci sentiamo pienamente vitali e agiamo con entusiasmo, trasmettendolo a chi ci sta vicino. La vita si arricchisce di significato e ci sentiamo liberi di legittimare i nostri sogni, la nostra immaginazione, la configurazione di nuove possibilità. Pensiamo, sentiamo, sperimentiamo in ogni momento, tenendo desto il cervello, facendo circolare la nostra energia in un flusso. Anche le emozioni fluiscono, non si inceppano nelle tensioni muscolari. Si formano, ma possono sciogliersi con più facilità. E’ una trasformazione personale, attivata dal nucleo vitale che è il nostro sistema nervoso. Nessun altro metodo a oggi lavora con il movimento in questi termini come lo fa il Metodo Feldenkrais.

Dichiarato cieco, trova la chiave per guarire

David Webber, oggi insegnante del Metodo Feldenkrais con programmi speciali per migliorare la vista, era diventato cieco a causa di una grave malattia dell’occhio. Grazie al Metodo ha recuperato la vista e una vita normale. In un audio racconta la sua storia, descritta anche nell’ultimo libro dello scienziato Norman Doidge “Le guarigioni del cervello”.

Ecco il suo racconto tradotto in italiano:

“Nel 1996, all’età di 43 anni e con una carriera di successo come esperto informatico per l’interconnettività dei sistemi fra computer, mi fu diagnosticata una grave forma di uveite (un disordine del sistema immunitario che causa un’infiammazione agli occhi). Non ne fu trovata la causa. Nei successivi sei anni, soffrii di forti dolori ed ebbi molte complicazioni, inclusi un danno significativo a entrambi i nervi ottici, oltre a cataratta e glaucoma a tutt’e due gli occhi. Subii cinque operazioni. Nel frattempo persi il mio lavoro, le mia abilità e funzioni, vivendo in un perenne stato di ansia. Il mio oculista mi disse che la mia situazione sarebbe probabilmente peggiorata. Ormai a fatica contavo le dita della mano messa davanti alla mia faccia e la mia acuità visiva era 20/800. Fui dichiarato ufficialmente cieco. Ero alla ricerca disperata di un modo per salvare i miei occhi – e la mia vita. In questa mia ricerca, essendo un meditatore di vecchia data e fin da giovane interessato alle filosofie orientali, provai con antichi esercizi buddisti utilizzati per la guarigione degli occhi ed esercizi di yoga, oltre che con il Metodo Bates per il miglioramento della visione, ma non riuscivo a rilassarmi per poter praticare e trarne i benefici desiderati. Un giorno una mia amica, l’insegnante Marion Harris del Centro Feldenkrais di Toronto, mi invitò a provare una lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento (nome delle lezioni collettive del Metodo Feldenkrais). Accettai perché avevo bisogno di fare qualcosa per me stesso e distrarmi dal continuo pensiero sullo stato dei miei occhi. Essendo abituato alla meditazione, mi divertii a compiere inusuali movimenti sul pavimento guidando la mia attenzione su quello che stavo facendo, sapendo bene che mindfulness (osservazione neutra di se stessi nel qui e ora) e consapevolezza sono la chiave per ogni tipo di miglioramento del sistema nervoso. Benché i miei occhi fossero ancora molto infiammati e fuori controllo, rimasi impressionato di come l’attenzione posta su movimenti gentili del mio corpo potesse rilassare la tensione cronica nei miei muscoli e farmi muovere con un senso di sicurezza e di piacere. Mi divertivo! Visto che mi piaceva e mi faceva stare meglio, nel 2000 mi iscrissi alla formazione per insegnanti. Due anni dopo scoprii una lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento in cui Feldenkrais aveva esplorato l’essenza del metodo Bates per il rilassamento degli occhi e tre dei quattro esercizi provenienti dal buddismo che avevo imparato ma che non ero riuscito a praticare. Con mia grande sorpresa e gioia, facendo la lezione all’improvviso provai un rilassamento del tono eccessivo nei muscoli degli occhi. A quel punto seppi con certezza che avevo trovato quello che mi serviva per guarire i miei occhi. Fu così che iniziai a praticare gli esercizi. Ero molto felice perché il Metodo Feldenkrais mi offriva gli strumenti per ottenere un totale rilassamento del sistema nervoso e dei miei occhi, così da guarire il sistema nervoso e immunitario. Avevo trovato la chiave per la mia guarigione. In sei mesi ci fu un notevole cambiamento e riuscii a normalizzare il mio sistema immunitario e il mio sistema visivo in modo notevole. Negli ultimi dieci anni non ho più usato farmaci per gli occhi e oggi la mia acuità visiva è 20/25. Posso vedere i chiari occhi azzurri di mia moglie e, di notte, la luna e le stelle.”

David in qualità di insegnante del Metodo Feldenkrais ha messo a punto il programma “Seeing Clearly”. Se vuoi approfondire l’importante legame tra gli occhi e il movimento per ottenere un benessere integrato, puoi leggere anche l’articolo Occhi e movimento: una pota per la consapevolezza e puoi provare le lezioni audio Rilassare gli occhi 1Rilassare gli occhi 2.

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La magia del Metodo Feldenkrais

Le gambe o le braccia che si allungano, gli occhi che si ingrandiscono, la visione periferica che si amplia, il respiro che si calma, una parte del corpo che si alleggerisce, un movimento prima impossibile che diventa facile, pensieri confusi che si chiariscono e altre simili trasformazioni sono esperienze comuni per chi partecipa alle lezioni collettive del Metodo Feldenkrais; così come chi ha provato una seduta individuale sa che la tensione alle spalle può scomparire dopo che l’operatore ha lavorato sulle dita del piede o che il collo si libera mentre si muove il bacino o, ancora, che una parte dolorante migliora dopo che è stata toccata la parte opposta… strani effetti che sembrano magia, dato che in pochi istanti, con inusuali modalità di lavoro e senza sforzi avvengono grandi cambiamenti e miglioramenti. Magia apparente, perché dietro a essa si celano saldi presupposti scientifici, con una profonda conoscenza dell’essere umano nella sua globalità, inteso come sistema integrato e interconnesso. Che cosa significa? Che Moshe Feldenkrais, fondatore del Metodo che porta il suo nome, già a metà Novecento aveva capito grazie alle ricerche in campo psicologico, cognitivo, neurofisiologico e neuromotorio che siamo esseri “interi” il cui nucleo, il sistema nervoso, è in perenne interazione con l’ambiente e che se vogliamo migliorare il particolare (ad esempio una parte dolorante) dobbiamo occuparci di come funzioniamo nella nostra integrità. Già, ma come funzioniamo? Il punto è che non lo sappiamo e questa scarsa conoscenza di noi stessi ostacola il nostro legittimo e naturale ben-stare. Le lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais ci permettono di conoscerci grazie a un’esperienza che coinvolge tutti i nostri sensi durante il movimento in relazione alle categorie spazio-temporali; un movimento eseguito secondo originali e raffinate strategie che parlano lo stesso linguaggio del cervello, così da innescare un cambiamento neurologico – quindi profondo, radicale, concreto e personale. Questo spiega gli effetti inaspettati e, spesso, sorprendenti, alla fine delle lezioni, senza aver attivato alcuna tensione verso l’obiettivo, cioè senza aspettative e senza le frustrazioni che solitamente ne conseguono. Le oltre mille lezioni concepite da Feldenkrais sono infatti un dialogo del corpo col cervello attraverso il movimento osservato ed esplorato con attenzione neutrale.

Le strategie sono molte e molto diverse dagli approcci  terapeutici o alle tecniche corporee tradizionali, come ad esempio quella del “minimo sforzo” (di cui ho parlato in un precedente articolo) che Moshe Feldenkrais così descrive in Mente e corpo:

Per ottenere l’atteggiamento mentale necessario a ridurre gli sforzi inutili il gruppo viene ripetutamente incoraggiato a fare un po’ meno bene del possibile, nel cercare di essere meno veloce, meno forte, meno aggraziato ecc. Spesso si chiede alle persone di fare del proprio meglio nel senso di fare deliberatamente un po’ meno. Ciò è più importante di quanto non sembri. Infatti, se viene messo in grado di percepire il progresso in uno stato di non tensione, l’allievo ha la sensazione di poter fare meglio, il che induce ulteriore progresso. Con tale atteggiamenteo della mente e del corpo si possono ottenere in venti minuti risultati che richiederebbero altrimenti parecchie ore di lavoro. Un particolare rilievo meritano alcuni movimenti molto piccoli, appena percettibili, di cui faccio ampio uso. Essi riducono in modo straordinario la contrazione involontaria dei muscoli; ad esempio, in pochi minuti, lavorando su un braccio o su una gamba, si riesce a farlo percepire più lungo o più leggero e alla sensazione dell’arto più leggero e più lungo si contrappone in continuazione quella dell’altro che viene avvertito come goffo e impacciato al confronto. Ciò favorisce tra l’altro il passaggio dell’apprendimento dall’azione su cui si è lavorato ad altre azioni, completamente diverse. Il trasferimento di apprendimento è sostanzialmente personale e differisce da un individuo all’altro. Qualcuno può avvertire il cambiamento nel parlare, altri nel modo di prestare attenzione o di osservare.

Un’altra strategia è l’asimmetria, ossia il lavoro su una sola metà del corpo:

in questo caso gli allievi recano con sé due diversi standard del proprio corpo – quello abituale e quello migliore che viene loro proposto e continuano a sentire la differenza finché il lato più goffo non si distende anch’esso. In tal modo essi imparano a lasciarsi andare, per così dire, dall’interno.

Particolarmente sofisticata è la strategia dell’immagine corporea, oggi ampiamente riconosciuta per la sua efficacia in training e terapie, nonché adottata in pratiche di meditazione e di mindfulness:

Altro principio è l’analisi dell’immagine corporea, che viene compiuta in due modi. Il primo consiste nell’indurre una sensazione di lunghezza, ampiezza e leggerezza in un lato del corpo muovendolo realmente, mentre l’altra metà viene portata a percepire la stessa sensazione con la semplice analisi mentale. L’analisi mentale consiste nell’ascoltare e acquisire consapevolezza della diversità di sensazioni della memoria motoria dei muscoli nelle due metà del corpo e della sensazione di cambiamento dell’orientamento nello spazio. Un secondo modo consiste nell’analizzare il corpo da entrambi i lati sin dall’inizio, rivolgendo l’attenzione alla percezione delle distanze fra diverse parti del corpo su un lato e sull’altro.

Si tratta di quello che gli allievi conoscono bene: lo scanning che introduce la lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento e la conclude per permettere di sentire le differenze: sdraiati sul tappetino, gli allievi osservano e ascoltano il corpo su un lato e sull’altro in termini di volumi, appoggi, pressioni, lunghezze. Questa analisi permette di riconoscere nel tempo la propria organizzazione muscolo-scheletrica, individuare le tensioni e le tendenze nell’orientamento rispetto allo spazio, infine osservare i cambiamenti in atto grazie alla pratica del Metodo. Un’altra strategia, frutto di un’intuizione preziosissima, è quella del tempo tra la fase preparatoria all’azione e l’azione stessa:

In tutti gli atti volontari due fasi si susseguono così rapidamente che è difficile percepire il lasso di tempo che intercorre fra l’una e l’altra. La fase preparatoria è la mobilizzazione dell’atteggiamento corporeo necessaria per compiere l’azione. La seconda fase è il compimento dell’azione. dal momento che vi è un intervallo di tempo minimo fra queste fasi è possibile imparare a inibire o a potenziare per scelta la mobilizzazione preparatoria. Quando vi è scelta, possiamo o completare l’azione o impedirla e annullare così l’i’ntero atteggiamento preparatorio. Nella lezione si chiarisce il lasso di tempo fra l’atteggiamento preliminare all’azione e il suo compimento. Tale chiarificazione o consapevolezza migliora la scioltezza e il controllo volontario dei movimenti.

51aHN5KIdtLQueste e altre strategie fanno del Metodo un approccio sofisticato e all’avanguardia alla salute umana, le cui potenzialità sono a mio parere ancora da approfondire per le risorse che ci riservano, tra l’altro di recente riconosciute da scienziati di fama mondiale. Ricordo fra tutti Norman Doidge con il suo libro The Brain’s Way of Healing ora tradotto italiano con il titolo Le guarigioni del cervello che dedica al Metodo Feldenkrais due interi capitoli e parte di un terzo. Per chi ne volesse un “asssaggio”, può leggere l’articolo “Nata senza una parte del cervello…” in cui ho tradotto un paragrafo importante prima della traduzione ufficiale del libro.

Ricordo che per esigenze e domande puoi contattarmi per una consulenza gratuita telefonica o su skype e se vuoi provare brevi estratti delle lezioni puoi curiosare nella sezione “risorse gratuite” oppure iscriverti alla newsletter per ricevere lezioni audio nella tua casella di posta.

Nata senza una parte del cervello, oggi Elizabeth è laureata e sposata grazie al Metodo Feldenkrais

“Ballerà al suo matrimonio”, disse Moshe Feldenkrais di una bambina a cui mancava una parte del cervello che i medici avevano condannato con una tremenda diagnosi. E così fu. Lo racconta nel suo bestseller “The Brain’s Way of Healing” il neuroscienziato Norman Doidge. In attesa che questo prezioso libro sia pubblicato nella versione italiana, ho tradotto il paragrafo relativo a questo straordinario racconto, a dimostrazione del potere della neuroplasticità (abilità del cervello di modificarsi) e delle potenzialità umane n termini di salute, benessere, felicità in qualsiasi condizione un individuo si trovi. E’ un racconto toccante, commovente, emozionante, che ci riempe di speranza.

Dal libro “The Brain’s Way of Helaing”, Norman Doidge:

L’approccio di Feldenkrais può cambiare radicalmente la vita anche di persone nate senza  parti importanti del cervello, facilitando la differenziazione nelle restanti aree del cervello. Elizabeth, che ho intervistato, era nata senza un terzo del cervelletto, una parte del cervello che aiuta a coordinare e a controllare la sincronizzazione del movimento, il pensiero, l’equilibrio e l’attenzione. Senza cervelletto una persona ha difficoltà nel controllare tutte queste funzioni mentali. Il cervelletto è all’incirca delle dimensioni di una pesca ed è nascosto sotto gli emisferi cerebrali, verso il retro del cervello. Benché occupi soltanto un 10% circa del volume del cervello, contiene quasi l’80% dei neuroni cerebrali. Il nome tecnico per la condizione di Elizabeth è “ipoplasia cerebellare” e ai tempi di Feldenkrais non era conosciuta alcuna terapia che potesse cambiare il corso della malattia.

Quando Elizabeth era nell’utero, sua madre si era accorta che poteva esserci qualche problema, perché la bambina si muoveva poco. Quando Elizabeth nacque, non muoveva gli occhi, che tremolavano soltanto e non erano correttamente allineati. A un mese, raramente seguivano un oggetto. I suoi genitori erano spaventati dal fatto che la bambina potesse non essere normale. Quando crebbe, fu chiaro che ella aveva un problema di tensione muscolare. A volte era molto floscia, a indicare una debole tensione muscolare, altre volte la tensione era eccessiva e i suoi movimenti risultavano spastici, non volontari e non esplorativi. Fu sottoposta a tradizionali trattamenti di fisioterapia e di terapia occupazionale, che erano molto dolorosi per lei.

Quando Elizabeth ebbe quattro mesi, il direttore neurologo pediatrico del principale centro medico della città in cui viveva la famiglia eseguì un test dell’attività elettrica del suo cervello. Egli disse ai genitori di Elizabeth che “il suo cervello non si era più sviluppato dalla nascita in poi e che non c’era alcuna ragione per pensare che potesse svilupparsi in futuro.” La maggior parte di questi bambini mostrano deficit persistenti e allora (Anni 70) si credeva che il cervelletto avesse una plasticità limitata. Il medico disse inoltre loro che la condizione di Elizabeth era simile a quella della paralisi cerebrale e la sua previsione fu che non sarebbe mai stata in grado di stare nella posizione seduta, che sarebbe stata incontinente e che avrebbero dovuto affidarla a un istituto. Sua madre, quando l’ho intervistata, si è ricordata che egli disse “Il meglio che possiamo sperare è che si tratti di una condizione di profondo ritardo.” I medici di Elizabeth stavano descrivendo quella che era la loro esperienza con bambini simili, i quali avevano ricevuto trattamenti convenzionali, gli unici che essi conoscevano. Nonostante queste notizie, i suoi genitori non abbandonarono la ricerca di terapie alternative e di aiuto. Un giorno un amico, un chirurgo ortopedico che era venuto a conoscenza del lavoro di Feldenkrais, disse loro “Questo tipo può fare cose che nessun altro riesce a fare.” Quando essi seppero che Feldenkrais stava arrivando da Israele in una città vicino alla loro per insegnare a professionisti – una delle sue attività principali negli Anni 70 – gli chiesero un appuntamento.

Quando Feldenkrais incontrò Elizabeth per la prima volta, lei aveva 13 mesi e non era in grado di strisciare né di gattonare (lo strisciare precede il gattonare e significa avanzare sulla pancia). Ella era in grado di eseguire un solo movimento volontario: rotolare su un lato. Alla sua prima lezione di integrazione funzionale, non riusciva a smettere di piangere. La bambina aveva avuto numerose sessioni con terapisti che cercavano di farle fare cose per le quali non era pronta. Molti terapisti avevano insistito nel cercare di farla stare seduta, fallendo. Quando i corpi dei bambini sono spastici, questi movimenti sono per loro molto dolorosi, fino a farli piangere.

Secondo Feldenkrais, questi tentativi di scavalcare le tappe dello sviluppo sono un grave errore, perché nessuno ha mai imparato a camminare camminando. Occorre che siano assorbite altre capacità perché un bambino sia in grado di camminare – capacità alle quali un adulto non pensa e che non ricorda di aver imparato a sua volta, come l’abilità di inarcare la schiena e sollevare la testa. Solo quando tutti i tasselli sono al loro posto, un bambino può imparare a camminare spontaneamente. Feldenkrais si accorse che Elizabeth non riusciva a stare sdraiata comodamente sulla pancia e che quando era sulla pancia non riusciva ad alzare la testa.

Egli notò che il suo lato sinistro era in uno stato di spasmo totale, irrigidendo i suoi arti. Il suo collo era molto rigido, provocandole dolore. Il fatto che l’intero lato sinistro era spastico indicava che la sua mappa cerebrale relativa a quel lato era indifferenziata, anziché essere composta dalle centinaia di aree che l’avrebbero messa in grado di elaborare differenti tipi di movimento. Feldenkrais la toccò, con grande delicatezza, sul tallone d’Achille e comunque per lei era un tale tormento che egli capì che la prima cosa da fare era di risolvere questo dolore: doveva mettere il cervello in condizioni di poter apprendere.

“Dopo che Moshe la esaminò,” ha ricordato il padre, “mi disse: ‘la bambina ha un problema e posso aiutarla.’ Mi apparve sicuro. Mia moglie gli chiese di spiegarsi e lui iniziò a portare il piede di nostra figlia verso la caviglia e a piegarlo indietro e, prendendo le mie dita per appoggiarle sul tallone d’Achille, disse ‘Non può strisciare perché ha dolore se piega la gamba. Se ammorbidiamo questo punto, vedrà che potrà piegare la gamba. E quando faremo questo – ammorbidire i muscoli – l’intero suo comportamento cambierà.’ Presto Elizabeth fu in grado di gattonare. La volta successiva in cui Feldenkrais la vide, con lui c’era una delle sue giovani allieve, Anat Baniel, una psicologa clinica e figlia del suo intimo amico Avraham. Feldenkrais chiese a Baniel di tenere Elizabeth durante la lezione. Lui la toccava gentilmente per insegnarle a differenziare semplici movimenti. Elizabeth si faceva attenta, era coinvolta e felice. Feldenkrais delicatamente teneva la sua testa e la spingeva su e avanti, molto lentamente e con gentilezza, in modo da allungare la sua colonna. Di norma questo movimento provoca un naturale arco nella schiena, facendo ruotare in avanti il bacino – una reazione che accade normalmente quando una persona è in piedi. Lavorando con bambini affetti da paralisi cerebrale e altri non in grado di camminare, egli usava spesso questa tecnica per coinvolgere il bacino e farlo ruotare di riflesso. Ma quando provò con Elizabeth, Baniel non sentì alcun movimento. Il bacino della bambina era inerte. Allora Baniel decise che, mentre Feldenkrais tirava dalla testa, lei avrebbe gentilmente fatto ruotare il bacino di Elizabeth. All’improvviso ci fu movimento nella colonna e nel corpo spastico, chiuso e inerte di Elizabeth ed essi continuarono gentilmente a muovere la sua colonna più volte; dopodiché, provarono sottili variazioni del movimento. Alla fine della sessione, Baniel riportò Elizabeth da suo padre. Di solito, una volta fra le braccia del padre, la bambina si afflosciava su di lui, non avendo la capacità di controllare la testa. Ma questa volta lei inarcò la schiena, portò indietro la testa e poi si portò avanti più volte, posizionandosi di fronte al padre. I sottili movimenti che Feldenkrais e Baniel avevano fatto, avevano risvegliato l’idea di questi movimenti nel cervello di Elizabeth, dove si erano instaurati. Ora Elizabeth era in grado di muovere i grandi muscoli della colonna e della schiena in modo volontario, con un senso di piacere.

C’era ancora molto di cui preoccuparsi: Elizabeth era profondamente disabile e portava il carico di una diagnosi tremenda. Feldenkrais vedeva che i suoi genitori erano chiaramente preoccupati per il suo futuro. In genere in tali casi egli non era di molte parole. Ma Feldenkrais non giudicava il cervello di un bambino nello stadio evolutivo in cui il bambino si trovava, bensì dalla possibilità di apprendimento del bambino una volta dati gli stimoli appropriati per quello stadio e quella volta si pronunciò: “E’ una bambina intelligente,” disse, “ballerà al suo matrimonio.”

Feldenkrais ritornò in Israele. Negli anni successivi i genitori di Elizabeth fecero di tutto per portargliela ogni volta che fosse possibile. Gliela portarono in stanze d’albergo quando egli veniva negli Stati Uniti o in Canada e andarono in Israele tre volte per incontri giornalieri nello studio di Feldenkrais per due o quattro settimane consecutive. Quando Feldenkrais compì 77 anni, si ammalò mentre si trovava in una cittadina svizzera.  Perse conoscenza e i medici scoprirono che aveva un’emorragia cerebrale. [….]

Alla fine dei suoi 70 anni e ammalato, egli si occupò sempre di più dei bambini che gli arrivavano da Baniel. Baniel via via si prese cura di Elizabeth, volando da lei per periodi di tre settimane, dandole lezioni quotidiane. Elizabeth la vide a intermittenza per anni e i suoi progressi si velocizzarono.

Oggi Elizabeth ha trent’anni e ha due lauree. E’ piccola e ha una voce dolce. Cammina e si muove con tale facilità che per un osservatore è impossibile pensare che un giorno le era stato diagnosticata l’immobilità per tutta la vita in un istituto, affetta da grave ritardo mentale. “Moshe,” mi ha raccontato Elizabeth, “disse a mio padre che quando avrei avuto 18 anni nessuno avrebbe potuto immaginare quello che era successo.” Lei ricorda piccoli flash delle visite in Israele, “mi ricordo Moshe, i suoi capelli bianchi, la camicia azzurra e il fumo che c’era nella stanza” – Feldenkrais fumava durante le lezioni – “e lui che mi sussurrava all’orecchio per calmarmi.”

Le sue due lauree sono di due grandi università: un master in studi giudaici del Vicino Oriente un master in lavoro sociale. Ha tuttoggi leggeri sintomi della sua ipoplasia cerebellare: fa un po’ di confusione con i numeri e quindi matematica e scienza sono difficili per lei. Ma d’altro canto a lei piace studiare ed è diventata una lettrice vorace – Shakespeare, Tolstoy e molto classici. Oggi è a capo di una piccola impresa ed è felicemente sposata. E, sì, ha ballato al suo matrimonio.

(traduzione non ufficiale da “The Brain’s Way of Healing” di Norman Doidge, M. D., dal capitolo V, paragrafo “A Girl Missing Part of Her Brain” a cura di Livia Negri