Consapevolezza attraverso il Movimento: soma e psiche all’unisono

Si parla molto di consapevolezza, ma che cosa significa essere consapevoli? Come facciamo a sapere se siamo o no consapevoli? La risposta del Metodo Feldenkrais è Consapevolezza Attraverso il Movimento, che tra l’altro è il nome dato alle lezioni di gruppo. Che cosa significa “attraverso il movimento”? Come fa il movimento a renderci consapevoli?

Per capire se una persona è viva o no si verifica se il cuore batte e se respira, giusto? Quindi il movimento è la base della vita. Il movimento è anche la base di ogni nostra funzione: oltre a respirare e a produrre continui processi endemici che richiedono motricità (si pensi al cuore), muoviamo gli occhi, deglutiamo, parliamo, leggiamo, cambiamo posizione, camminiamo ecc., ma

gran parte di ciò che accade in noi ci rimane offuscato e nascosto finché non raggiunge i muscoli. Sappiamo ciò che sta accadendo appena i muscoli del viso, del cuore o dell’apparato respiratorio si organizzano in modelli, che noi conosciamo come la paura, l’ansietà, il riso o altre emozioni.

Nel conoscere i nostri cambiamenti muscolari (i movimenti), ossia le nostre risposte all’ambiente, possiamo gettare le basi della consapevolezza.

Anche se per organizzare l’espressione muscolare per la reazione interna o per l’emozione è necessario solo un brevissimo tempo, si sa che è possibile arrestare la risata prima che si esplichi agli altri…Non si diventa consapevoli di ciò che accade nel sistema nervoso centrale finché non si diventa consapevoli dei cambiamenti che hanno avuto luogo  nella nostra posizione, stabilità e atteggiamento, perché tali cambiamenti sono sentiti più facilmente di quelli che avvengono negli stessi muscoli. Siamo in grado di impedire la completa espressione muscolare perché i processi in quella parte del cervello che si occupa delle funzioni peculiari all’uomo sono molto più lenti di quelli nelle parti del cervello che si occupano di ciò che è comune sia all’uomo che agli animali. E’ proprio la lentezza di questi processi che ci permette di giudicare e decidere se agire o meno. L’intero sistema si dispone in modo che i muscoli siano ordinati e pronti sia per eseguire l’azione sia per impedirne l’esecuzione.

E’ questo spazio tra il pensiero e l’azione la base della consapevolezza secondo Moshe Feldenkrais:

Appena si diventa consapevoli dei mezzi usati per organizzare un’espressione, si possono occasionalmente scoprire gli stimoli che la iniziano. In altre parole, gli stimoli per un’azione, o la causa di una reazione, si riconoscono quando si diventa sufficientemente consapevoli dell’organizzazione dei muscoli del corpo per l’azione interessata.

E ancora:

La possibilità di una pausa fra la creazione del modello del pensiero per ogni azione particolare e l’esecuzione di quell’azione è la base fisica per la consapevolezza… La possibilità di ritardare l’azione – prolungando il periodo fra l’intenzione e l’esecuzione – permette all’uomo di imparare a conoscersi.

In queste parole di Moshe Feldenkrais tatte da “Conoscersi attraverso il movimento” ritroviamo quell’ “Elogio della lentezza” scritto da Lamberto Maffei, uno dei più insigni neurobiologi italiani contemporanei:

Il cervello umano possiede sia meccanismi ancestrali rapidi di risposta all’ambiente, automatici o quasi automatici, sia meccanismi lenti, comparsi successivamente: i primi sono in gran parte inconsci, mentre i secondi sono frutto di ragionamento.

Grazie al pensiero lento, allo spazio tra pensiero e azione, all’osservazione dettata dall’attenzione, in contrapposizione alla velocità che automatizza il nostro comportamento, possiamo affinare due componenti somatiche fondamentali per la consapevolezza, quella della propriocezione e quella dell’interocezione. La prima significa avere la percezione dei movimenti (l’organizzazione muscolo-scheletrica) che ci dà il senso della posizione del corpo nello spazio, la seconda si riferisce ai recettori nervosi sensoriali – interocettori – che trasmettono le sensazioni relative ai segnali interni del corpo (dal respiro alla digestione, dalla fatica alle emozioni ecc.) concernenti l’equilibrio omeostatico dell’organismo.

L’attenzione al corpo in quanto espressione materica delle funzioni neurologiche diventa quindi il mezzo per conoscersi, ossia sapere che cosa ci sta succedendo in quel dato momento. Il percorso che ci permette l’abilità di decodificare il segnali somatici proposto dal Metodo Feldenkrais è chiamato in inglese “embodied wisdom”: una saggezza incarnata, ossia concreta, oltreché individuale e soggettiva, non cucita addosso sulla base di modelli esterni. Con il termine saggezza  non si intende controllo o soppressione delle emozioni, bensì gestione di esse nell’ampia scala che comprende anche quelle negative. La differenza sta nel poter cambiare la risposta, nel darsi cioè alternative, anziché ripetersi in una sorta di copione in cui ci allontaniamo sempre più da noi stessi, minando il nostro benessere, le nostre relazioni, la nostra salute.

Se vuoi conoscerti più a fondo e a scoprire le tue potenzialità e risorse interne ancora sopite, contattami, possiamo trovare il percorso più adatto alle tue richieste.

Corso Feldenkrais per i runner!

Primo corso in Italia di Metodo Feldenkrais per Runner: ogni, ore 19.30,  Spazio Neutro, via Marchesi de Taddei 21, Milano (zona De Angeli).

Di che cosa si tratta? Di un metodo sofisticato, innovativo e unico per migliorare le prestazione psicofisiche attingendo al potenziale del sistema nervoso. Si pratica attraverso semplicissimi e piacevoli movimenti eseguiti in modo da inviare nuove e preziose informazioni al cervello, l’organo da cui dipende il nostro funzionamento. Il motto è: se vuoi un corpo intelligente, allena il cervello non i muscoli.

Il movimento è composto dal sistema nervoso, che è il nostro software, e dall’hardware, che comprende il sistema scheletrico (con funzione di leva in risposta alla forza di gravità) e il sistema muscolare. Il segreto per sentirsi agili e potenti è quello di coordinare questi tre sistemi. E a poco vale correggersi se la corretta organizzazione non è integrata e assimilata nel corpo inteso come sistema vitale. La correzione rimane un pensiero astratto, non incarnato: l’apprendimento attraverso il corpo invece diventa apprendimento organico e integrato nel sistema corpo-mente.

Il Metodo Feldenkrais ti permette di arrivare alla consapevolezza del tuo movimento, ampliare il repertorio di possibilità, migliorare le tue funzioni, ritrovare il movimento naturale per il quale noi esseri umani siamo programmati e che a causa degli stili di vita sbagliati dimentichiamo. Il tutto in modo dolce, piacevole, divertente. Ne gioveranno le tue azioni quotidiane, la tua salute, il tuo stato di benessere, la tua autostima e, ovviamente, le prestazioni sportive.

Il Metodo è stato fondato dal dottor Moshe Feldenkrais (1904 – 1984) a metà del Novecento e le sue intuizioni e scoperte sono oggi convalidate dalle ricerche della neuroscienza che studia il funzionamento del cervello. Sempre più è applicato per il miglioramento delle funzioni umane in ambito artistico, sportivo e terapeutico.

Oggi si stanno riscoprendo i movimenti naturali per migliorare sport e altre preformance, oltre che per stare bene nella propria pelle. Questa riscoperta è qualcosa di ben noto al Metodo Feldenkrais, che ha nei movimenti naturali le proprie radici: le lezioni infatti sono costruite per ripercorrere tutte le tappe dell’evoluzione filogenetica e ontogenetica; le tappe che hai percorso da bambino per pote imparare a girarti, ruotare la testa, sederti, stare in piedi, camminare, correre e fare tutto quello che ti occorre per vivere, nella continua risposta di adattamento all’ambiente. Riesplorando queste tappe con attenzione, auto-osservazione e variazioni focalizzate sul processo anziché sull’obiettivo, trovi il tuo movimento “giusto”, quello che ti fa sentire bene, potente, agile, leggero ed elegante.

Il corso è annuale, a cadenza monosettimanale. Sono previste sessioni all’aperto a Parco Sampione e Monte Stella.

 

La magia del Metodo Feldenkrais

Le gambe o le braccia che si allungano, gli occhi che si ingrandiscono, la visione periferica che si amplia, il respiro che si calma, una parte del corpo che si alleggerisce, un movimento prima impossibile che diventa facile, pensieri confusi che si chiariscono e altre simili trasformazioni sono esperienze comuni per chi partecipa alle lezioni collettive del Metodo Feldenkrais; così come chi ha provato una seduta individuale sa che la tensione alle spalle può scomparire dopo che l’operatore ha lavorato sulle dita del piede o che il collo si libera mentre si muove il bacino o, ancora, che una parte dolorante migliora dopo che è stata toccata la parte opposta… strani effetti che sembrano magia, dato che in pochi istanti, con inusuali modalità di lavoro e senza sforzi avvengono grandi cambiamenti e miglioramenti. Magia apparente, perché dietro a essa si celano saldi presupposti scientifici, con una profonda conoscenza dell’essere umano nella sua globalità, inteso come sistema integrato e interconnesso. Che cosa significa? Che Moshe Feldenkrais, fondatore del Metodo che porta il suo nome, già a metà Novecento aveva capito grazie alle ricerche in campo psicologico, cognitivo, neurofisiologico e neuromotorio che siamo esseri “interi” il cui nucleo, il sistema nervoso, è in perenne interazione con l’ambiente e che se vogliamo migliorare il particolare (ad esempio una parte dolorante) dobbiamo occuparci di come funzioniamo nella nostra integrità. Già, ma come funzioniamo? Il punto è che non lo sappiamo e questa scarsa conoscenza di noi stessi ostacola il nostro legittimo e naturale ben-stare. Le lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais ci permettono di conoscerci grazie a un’esperienza che coinvolge tutti i nostri sensi durante il movimento in relazione alle categorie spazio-temporali; un movimento eseguito secondo originali e raffinate strategie che parlano lo stesso linguaggio del cervello, così da innescare un cambiamento neurologico – quindi profondo, radicale, concreto e personale. Questo spiega gli effetti inaspettati e, spesso, sorprendenti, alla fine delle lezioni, senza aver attivato alcuna tensione verso l’obiettivo, cioè senza aspettative e senza le frustrazioni che solitamente ne conseguono. Le oltre mille lezioni concepite da Feldenkrais sono infatti un dialogo del corpo col cervello attraverso il movimento osservato ed esplorato con attenzione neutrale.

Le strategie sono molte e molto diverse dagli approcci  terapeutici o alle tecniche corporee tradizionali, come ad esempio quella del “minimo sforzo” (di cui ho parlato in un precedente articolo) che Moshe Feldenkrais così descrive in Mente e corpo:

Per ottenere l’atteggiamento mentale necessario a ridurre gli sforzi inutili il gruppo viene ripetutamente incoraggiato a fare un po’ meno bene del possibile, nel cercare di essere meno veloce, meno forte, meno aggraziato ecc. Spesso si chiede alle persone di fare del proprio meglio nel senso di fare deliberatamente un po’ meno. Ciò è più importante di quanto non sembri. Infatti, se viene messo in grado di percepire il progresso in uno stato di non tensione, l’allievo ha la sensazione di poter fare meglio, il che induce ulteriore progresso. Con tale atteggiamenteo della mente e del corpo si possono ottenere in venti minuti risultati che richiederebbero altrimenti parecchie ore di lavoro. Un particolare rilievo meritano alcuni movimenti molto piccoli, appena percettibili, di cui faccio ampio uso. Essi riducono in modo straordinario la contrazione involontaria dei muscoli; ad esempio, in pochi minuti, lavorando su un braccio o su una gamba, si riesce a farlo percepire più lungo o più leggero e alla sensazione dell’arto più leggero e più lungo si contrappone in continuazione quella dell’altro che viene avvertito come goffo e impacciato al confronto. Ciò favorisce tra l’altro il passaggio dell’apprendimento dall’azione su cui si è lavorato ad altre azioni, completamente diverse. Il trasferimento di apprendimento è sostanzialmente personale e differisce da un individuo all’altro. Qualcuno può avvertire il cambiamento nel parlare, altri nel modo di prestare attenzione o di osservare.

Un’altra strategia è l’asimmetria, ossia il lavoro su una sola metà del corpo:

in questo caso gli allievi recano con sé due diversi standard del proprio corpo – quello abituale e quello migliore che viene loro proposto e continuano a sentire la differenza finché il lato più goffo non si distende anch’esso. In tal modo essi imparano a lasciarsi andare, per così dire, dall’interno.

Particolarmente sofisticata è la strategia dell’immagine corporea, oggi ampiamente riconosciuta per la sua efficacia in training e terapie, nonché adottata in pratiche di meditazione e di mindfulness:

Altro principio è l’analisi dell’immagine corporea, che viene compiuta in due modi. Il primo consiste nell’indurre una sensazione di lunghezza, ampiezza e leggerezza in un lato del corpo muovendolo realmente, mentre l’altra metà viene portata a percepire la stessa sensazione con la semplice analisi mentale. L’analisi mentale consiste nell’ascoltare e acquisire consapevolezza della diversità di sensazioni della memoria motoria dei muscoli nelle due metà del corpo e della sensazione di cambiamento dell’orientamento nello spazio. Un secondo modo consiste nell’analizzare il corpo da entrambi i lati sin dall’inizio, rivolgendo l’attenzione alla percezione delle distanze fra diverse parti del corpo su un lato e sull’altro.

Si tratta di quello che gli allievi conoscono bene: lo scanning che introduce la lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento e la conclude per permettere di sentire le differenze: sdraiati sul tappetino, gli allievi osservano e ascoltano il corpo su un lato e sull’altro in termini di volumi, appoggi, pressioni, lunghezze. Questa analisi permette di riconoscere nel tempo la propria organizzazione muscolo-scheletrica, individuare le tensioni e le tendenze nell’orientamento rispetto allo spazio, infine osservare i cambiamenti in atto grazie alla pratica del Metodo. Un’altra strategia, frutto di un’intuizione preziosissima, è quella del tempo tra la fase preparatoria all’azione e l’azione stessa:

In tutti gli atti volontari due fasi si susseguono così rapidamente che è difficile percepire il lasso di tempo che intercorre fra l’una e l’altra. La fase preparatoria è la mobilizzazione dell’atteggiamento corporeo necessaria per compiere l’azione. La seconda fase è il compimento dell’azione. dal momento che vi è un intervallo di tempo minimo fra queste fasi è possibile imparare a inibire o a potenziare per scelta la mobilizzazione preparatoria. Quando vi è scelta, possiamo o completare l’azione o impedirla e annullare così l’i’ntero atteggiamento preparatorio. Nella lezione si chiarisce il lasso di tempo fra l’atteggiamento preliminare all’azione e il suo compimento. Tale chiarificazione o consapevolezza migliora la scioltezza e il controllo volontario dei movimenti.

51aHN5KIdtLQueste e altre strategie fanno del Metodo un approccio sofisticato e all’avanguardia alla salute umana, le cui potenzialità sono a mio parere ancora da approfondire per le risorse che ci riservano, tra l’altro di recente riconosciute da scienziati di fama mondiale. Ricordo fra tutti Norman Doidge con il suo libro The Brain’s Way of Healing ora tradotto italiano con il titolo Le guarigioni del cervello che dedica al Metodo Feldenkrais due interi capitoli e parte di un terzo. Per chi ne volesse un “asssaggio”, può leggere l’articolo “Nata senza una parte del cervello…” in cui ho tradotto un paragrafo importante prima della traduzione ufficiale del libro.

Ricordo che per esigenze e domande puoi contattarmi per una consulenza gratuita telefonica o su skype e se vuoi provare brevi estratti delle lezioni puoi curiosare nella sezione “risorse gratuite” oppure iscriverti alla newsletter per ricevere lezioni audio nella tua casella di posta.

Il tuo corpo sei tu

Un corpo-immagine, un corpo senza carne. E’ il paradosso odierno nell’ideale del corpo diffuso dai media, che ci spingono verso pratiche, prodotti, trattamenti, terapie e interventi per avvicinarci il più possibile al modello proposto. Un corpo considerato fondamentale per l’immagine sociale – essere accettati, rispettati, apprezzati, desiderati e desiderabili – ma da cui ci estraniamo nell’accezione di organismo vivente nelle sue espressioni fisiche, emotive, psicologiche. Il paradosso sta nel fatto che questo corpo così esaltato come immagine ideale, non lo si conosce, non lo si ascolta, non lo si abita. E così si vive spesso dissociati dal proprio corpo, per poi identificarsi in alcune sue manifestazioni – come il dolore – e in alcune parti – di solito quelle doloranti o che non piacciono. Come se il corpo non fosse un insieme, ma parti assemblate; come se non fosse la manifestazione dell’intero nostro essere, ma un abito prestato e, il più delle volte, scomodo. Ma noi non siamo la nostra sciatica, la nostra periatrite, il nostro alluce valgo, la nostra dislessia, la nostra scoliosi, noi siamo un sistema vivo, organico, intelligente, che interagisce con altri sistemi. Un sistema autoregolato in grado di identificare e di sussurrare i disagi, ma che poi è obbligato a urlarli se inascoltato.

In Occidente, limitati dalla dualità corpo-mente di matrice cartesiana, fatichiamo a considerare il corpo nella sua unità funzionale con la mente, che è poi la base del nostro sé, della nostra coscienza: “c’è un legame forte e permanente tra le zone del cervello che regolano il corpo e il corpo stesso… noi generiamo la mappatura del corpo che fornisce le basi del sé e si manifesta sotto forma di percezioni. Non potremmo avere una mente cosciente se non ci fosse interazione tra la corteccia cerebrale, il tronco encefalico e il corpo.” (Antonio Damasio, neuroscienziato). Si tratta dell’unità oggettiva e funzionale tra il corpo e la mente dichiarata da Moshe Feldenkrais oltre mezzo secolo prima delle ricerche che oggi dimostrano come le capacità del cervello siano influenzate dai sistemi sensorimotori.

Si tratta di cambiare paradigma e comprendere, facendone esperienza, che il corpo vivente – il soma – è la base del sé: il corpo siamo noi nell’unità funzionale con il nostro cervello, quindi con le nostre sensazioni, le emozioni, i pensieri, i sentimenti ed esso diventa la manifestazione concreta del nostro modo di muoverci nel mondo e nella vita. Vivere alienati dal proprio corpo significa quindi vivere alienati da sé, perché se non si abita il corpo, se non lo si ascolta e non lo si rispetta, non si può nemmeno sapere che cosa si desidera per sé, che cosa ci fa bene, di che cosa abbiamo bisogno e come prendercene cura. E se non ci abituiamo ad ascoltare e a prendere in considerazione i messaggi del corpo – del nostro essere autentico – rischiamo di passare la vita a delegare ad altri la nostra salute, le scelte per il nostro benessere, in ultimo la nostra felicità: specialisti ed esperti che secondo noi sanno come curare il nostro corpo dimenticato e disincarnato. Come scrive la collega Lea Kaufman nel suo libro “Apoderate de tu cuerpo”, quando invece ci riappropriamo del nostro corpo ci riappropriamo di noi stessi, della nostra autorevolezza, perché impariamo ad riconoscere le sensazioni, a leggere le percezioni, fidandoci di noi, in una consapevolezza incarnata: “Quando la tua attenzione è focalizzata sul tuo corpo, questo, per se stesso, inizia a lavorare meglio. E la cosa meravigliosa è che i cambiamenti che senti si verificano nel tuo cervello.”

Nata senza una parte del cervello, oggi Elizabeth è laureata e sposata grazie al Metodo Feldenkrais

“Ballerà al suo matrimonio”, disse Moshe Feldenkrais di una bambina a cui mancava una parte del cervello che i medici avevano condannato con una tremenda diagnosi. E così fu. Lo racconta nel suo bestseller “The Brain’s Way of Healing” il neuroscienziato Norman Doidge. In attesa che questo prezioso libro sia pubblicato nella versione italiana, ho tradotto il paragrafo relativo a questo straordinario racconto, a dimostrazione del potere della neuroplasticità (abilità del cervello di modificarsi) e delle potenzialità umane n termini di salute, benessere, felicità in qualsiasi condizione un individuo si trovi. E’ un racconto toccante, commovente, emozionante, che ci riempe di speranza.

Dal libro “The Brain’s Way of Helaing”, Norman Doidge:

L’approccio di Feldenkrais può cambiare radicalmente la vita anche di persone nate senza  parti importanti del cervello, facilitando la differenziazione nelle restanti aree del cervello. Elizabeth, che ho intervistato, era nata senza un terzo del cervelletto, una parte del cervello che aiuta a coordinare e a controllare la sincronizzazione del movimento, il pensiero, l’equilibrio e l’attenzione. Senza cervelletto una persona ha difficoltà nel controllare tutte queste funzioni mentali. Il cervelletto è all’incirca delle dimensioni di una pesca ed è nascosto sotto gli emisferi cerebrali, verso il retro del cervello. Benché occupi soltanto un 10% circa del volume del cervello, contiene quasi l’80% dei neuroni cerebrali. Il nome tecnico per la condizione di Elizabeth è “ipoplasia cerebellare” e ai tempi di Feldenkrais non era conosciuta alcuna terapia che potesse cambiare il corso della malattia.

Quando Elizabeth era nell’utero, sua madre si era accorta che poteva esserci qualche problema, perché la bambina si muoveva poco. Quando Elizabeth nacque, non muoveva gli occhi, che tremolavano soltanto e non erano correttamente allineati. A un mese, raramente seguivano un oggetto. I suoi genitori erano spaventati dal fatto che la bambina potesse non essere normale. Quando crebbe, fu chiaro che ella aveva un problema di tensione muscolare. A volte era molto floscia, a indicare una debole tensione muscolare, altre volte la tensione era eccessiva e i suoi movimenti risultavano spastici, non volontari e non esplorativi. Fu sottoposta a tradizionali trattamenti di fisioterapia e di terapia occupazionale, che erano molto dolorosi per lei.

Quando Elizabeth ebbe quattro mesi, il direttore neurologo pediatrico del principale centro medico della città in cui viveva la famiglia eseguì un test dell’attività elettrica del suo cervello. Egli disse ai genitori di Elizabeth che “il suo cervello non si era più sviluppato dalla nascita in poi e che non c’era alcuna ragione per pensare che potesse svilupparsi in futuro.” La maggior parte di questi bambini mostrano deficit persistenti e allora (Anni 70) si credeva che il cervelletto avesse una plasticità limitata. Il medico disse inoltre loro che la condizione di Elizabeth era simile a quella della paralisi cerebrale e la sua previsione fu che non sarebbe mai stata in grado di stare nella posizione seduta, che sarebbe stata incontinente e che avrebbero dovuto affidarla a un istituto. Sua madre, quando l’ho intervistata, si è ricordata che egli disse “Il meglio che possiamo sperare è che si tratti di una condizione di profondo ritardo.” I medici di Elizabeth stavano descrivendo quella che era la loro esperienza con bambini simili, i quali avevano ricevuto trattamenti convenzionali, gli unici che essi conoscevano. Nonostante queste notizie, i suoi genitori non abbandonarono la ricerca di terapie alternative e di aiuto. Un giorno un amico, un chirurgo ortopedico che era venuto a conoscenza del lavoro di Feldenkrais, disse loro “Questo tipo può fare cose che nessun altro riesce a fare.” Quando essi seppero che Feldenkrais stava arrivando da Israele in una città vicino alla loro per insegnare a professionisti – una delle sue attività principali negli Anni 70 – gli chiesero un appuntamento.

Quando Feldenkrais incontrò Elizabeth per la prima volta, lei aveva 13 mesi e non era in grado di strisciare né di gattonare (lo strisciare precede il gattonare e significa avanzare sulla pancia). Ella era in grado di eseguire un solo movimento volontario: rotolare su un lato. Alla sua prima lezione di integrazione funzionale, non riusciva a smettere di piangere. La bambina aveva avuto numerose sessioni con terapisti che cercavano di farle fare cose per le quali non era pronta. Molti terapisti avevano insistito nel cercare di farla stare seduta, fallendo. Quando i corpi dei bambini sono spastici, questi movimenti sono per loro molto dolorosi, fino a farli piangere.

Secondo Feldenkrais, questi tentativi di scavalcare le tappe dello sviluppo sono un grave errore, perché nessuno ha mai imparato a camminare camminando. Occorre che siano assorbite altre capacità perché un bambino sia in grado di camminare – capacità alle quali un adulto non pensa e che non ricorda di aver imparato a sua volta, come l’abilità di inarcare la schiena e sollevare la testa. Solo quando tutti i tasselli sono al loro posto, un bambino può imparare a camminare spontaneamente. Feldenkrais si accorse che Elizabeth non riusciva a stare sdraiata comodamente sulla pancia e che quando era sulla pancia non riusciva ad alzare la testa.

Egli notò che il suo lato sinistro era in uno stato di spasmo totale, irrigidendo i suoi arti. Il suo collo era molto rigido, provocandole dolore. Il fatto che l’intero lato sinistro era spastico indicava che la sua mappa cerebrale relativa a quel lato era indifferenziata, anziché essere composta dalle centinaia di aree che l’avrebbero messa in grado di elaborare differenti tipi di movimento. Feldenkrais la toccò, con grande delicatezza, sul tallone d’Achille e comunque per lei era un tale tormento che egli capì che la prima cosa da fare era di risolvere questo dolore: doveva mettere il cervello in condizioni di poter apprendere.

“Dopo che Moshe la esaminò,” ha ricordato il padre, “mi disse: ‘la bambina ha un problema e posso aiutarla.’ Mi apparve sicuro. Mia moglie gli chiese di spiegarsi e lui iniziò a portare il piede di nostra figlia verso la caviglia e a piegarlo indietro e, prendendo le mie dita per appoggiarle sul tallone d’Achille, disse ‘Non può strisciare perché ha dolore se piega la gamba. Se ammorbidiamo questo punto, vedrà che potrà piegare la gamba. E quando faremo questo – ammorbidire i muscoli – l’intero suo comportamento cambierà.’ Presto Elizabeth fu in grado di gattonare. La volta successiva in cui Feldenkrais la vide, con lui c’era una delle sue giovani allieve, Anat Baniel, una psicologa clinica e figlia del suo intimo amico Avraham. Feldenkrais chiese a Baniel di tenere Elizabeth durante la lezione. Lui la toccava gentilmente per insegnarle a differenziare semplici movimenti. Elizabeth si faceva attenta, era coinvolta e felice. Feldenkrais delicatamente teneva la sua testa e la spingeva su e avanti, molto lentamente e con gentilezza, in modo da allungare la sua colonna. Di norma questo movimento provoca un naturale arco nella schiena, facendo ruotare in avanti il bacino – una reazione che accade normalmente quando una persona è in piedi. Lavorando con bambini affetti da paralisi cerebrale e altri non in grado di camminare, egli usava spesso questa tecnica per coinvolgere il bacino e farlo ruotare di riflesso. Ma quando provò con Elizabeth, Baniel non sentì alcun movimento. Il bacino della bambina era inerte. Allora Baniel decise che, mentre Feldenkrais tirava dalla testa, lei avrebbe gentilmente fatto ruotare il bacino di Elizabeth. All’improvviso ci fu movimento nella colonna e nel corpo spastico, chiuso e inerte di Elizabeth ed essi continuarono gentilmente a muovere la sua colonna più volte; dopodiché, provarono sottili variazioni del movimento. Alla fine della sessione, Baniel riportò Elizabeth da suo padre. Di solito, una volta fra le braccia del padre, la bambina si afflosciava su di lui, non avendo la capacità di controllare la testa. Ma questa volta lei inarcò la schiena, portò indietro la testa e poi si portò avanti più volte, posizionandosi di fronte al padre. I sottili movimenti che Feldenkrais e Baniel avevano fatto, avevano risvegliato l’idea di questi movimenti nel cervello di Elizabeth, dove si erano instaurati. Ora Elizabeth era in grado di muovere i grandi muscoli della colonna e della schiena in modo volontario, con un senso di piacere.

C’era ancora molto di cui preoccuparsi: Elizabeth era profondamente disabile e portava il carico di una diagnosi tremenda. Feldenkrais vedeva che i suoi genitori erano chiaramente preoccupati per il suo futuro. In genere in tali casi egli non era di molte parole. Ma Feldenkrais non giudicava il cervello di un bambino nello stadio evolutivo in cui il bambino si trovava, bensì dalla possibilità di apprendimento del bambino una volta dati gli stimoli appropriati per quello stadio e quella volta si pronunciò: “E’ una bambina intelligente,” disse, “ballerà al suo matrimonio.”

Feldenkrais ritornò in Israele. Negli anni successivi i genitori di Elizabeth fecero di tutto per portargliela ogni volta che fosse possibile. Gliela portarono in stanze d’albergo quando egli veniva negli Stati Uniti o in Canada e andarono in Israele tre volte per incontri giornalieri nello studio di Feldenkrais per due o quattro settimane consecutive. Quando Feldenkrais compì 77 anni, si ammalò mentre si trovava in una cittadina svizzera.  Perse conoscenza e i medici scoprirono che aveva un’emorragia cerebrale. [….]

Alla fine dei suoi 70 anni e ammalato, egli si occupò sempre di più dei bambini che gli arrivavano da Baniel. Baniel via via si prese cura di Elizabeth, volando da lei per periodi di tre settimane, dandole lezioni quotidiane. Elizabeth la vide a intermittenza per anni e i suoi progressi si velocizzarono.

Oggi Elizabeth ha trent’anni e ha due lauree. E’ piccola e ha una voce dolce. Cammina e si muove con tale facilità che per un osservatore è impossibile pensare che un giorno le era stato diagnosticata l’immobilità per tutta la vita in un istituto, affetta da grave ritardo mentale. “Moshe,” mi ha raccontato Elizabeth, “disse a mio padre che quando avrei avuto 18 anni nessuno avrebbe potuto immaginare quello che era successo.” Lei ricorda piccoli flash delle visite in Israele, “mi ricordo Moshe, i suoi capelli bianchi, la camicia azzurra e il fumo che c’era nella stanza” – Feldenkrais fumava durante le lezioni – “e lui che mi sussurrava all’orecchio per calmarmi.”

Le sue due lauree sono di due grandi università: un master in studi giudaici del Vicino Oriente un master in lavoro sociale. Ha tuttoggi leggeri sintomi della sua ipoplasia cerebellare: fa un po’ di confusione con i numeri e quindi matematica e scienza sono difficili per lei. Ma d’altro canto a lei piace studiare ed è diventata una lettrice vorace – Shakespeare, Tolstoy e molto classici. Oggi è a capo di una piccola impresa ed è felicemente sposata. E, sì, ha ballato al suo matrimonio.

(traduzione non ufficiale da “The Brain’s Way of Healing” di Norman Doidge, M. D., dal capitolo V, paragrafo “A Girl Missing Part of Her Brain” a cura di Livia Negri

Cambia il tuo cervello e cambierai la tua vita

Tutti abbiamo la possibilità di costruire un cervello migliore e avere di conseguenza una vita migliore. Come? Innanzitutto devi sapere che il tuo cervello crea la tua realtà, in quanto è il cervello a dare un significato al mondo e ai suoi avvenimenti. Il mondo non è altro che l’interpretazione individuale del cervello dei segnali che esso riceve mentre interagisce con l’ambiente. Nel momento in cui interpreta gli stimoli in entrata, il tuo cervello aggiunge memorie, convinzioni, esperienze e abitudini su di te, sugli altri, sull’ambiente familiare, religioso, scolastico, sociale, culturale, professionale ecc. Si tratta di memorie implicite che sono sotto il livello di consapevolezza e che influenzano il tuo modo di interagire con il mondo (il tuo modo di pensare, il tuo modo di relazionarti ecc.). Ecco dunque che ogni esperienza è il prodotto dell’interpretazione soggettiva del nostro cervello agli stimoli. Ma tutto questo non è definito una volta per tutte, poiché il cervello è plastico: modificabile, malleabile, adattabile. In ogni momento della tua vita stai plasmando il tuo cervello, sia attraverso gli elementi di cui sei consapevole – vista, rumori, pensieri, sensazioni, emozioni – sia tramite quelli di cui non sei consapevole, ossia tutti i processi fisici e mentali inconsci. Dato che niente è strutturato in modo rigido, una persona può modificare il suo comportamento e di conseguenza modificare il suo cervello, rinforzando i nuovi modelli. Puoi aiutare il tuo cervello a modificare i propri schemi cambiando qualche abitudine nel tuo stil e di vita, ad esempio inserendo qualche sana novità della tua alimentazione. Basta poco, basta che ci sia costanza e quello che all’inizio è inusuale, a volte anche poco apprezzato, diventa familiare e piacevole. Senza cambiamenti radicali, ma a piccoli passi. Lo stesso puoi fare in altri ambiti: cercare le condizioni per un buon ritmo sonno-veglia, alimentare relazioni positive, coltivare un hobby o una passione.

Benessere integrato significa “abitare il corpo”

Il benessere integrato ha a che fare con la nostra salute e la nostra salute è la “capacità di realizzare i propri sogni”, secondo una famosa frase di Moshe Feldenkrais. Che cosa significa? Significa abitare in noi stessi con pienezza, aver acquisito gli strumenti necessari per attraversare  i problemi e i dolori senza rimanere bloccati e significa essere profondamente vincolati al mondo, nella fisicità, con tutti i sensi aperti e desti, nella mente, nello spirito. Il primo passo per questo benessere è conoscere se stessi senza giudizi e non è così difficile, se questo principio lo si applica in modo concreto, come accade nella pratica di MovimentoSano©. Durante le sequenze ti osservi mentre  compi un gesto, mentre respiri, mentre sei seduto/a o sdraiato/a o mentre cammini e in tante altre situazioni. E’ questa attenzione nel presente e nella neutralità che ti permette di conoscerti e riconoscerti senza giudizio.

Durante la giornata compi tante azioni e ti muovi perfino nel sonno e anche quando sei “fermo” l’intero tuo organismo è in movimento, nel corpo, nei pensieri, nelle emozioni, nei sentimenti. Siamo un sistema integrato, nell’unità corpo-mente e nell’interazione con l’ambiente e durante la pratica ti dai la possibilità di osservare come funzioni. Imparando a porre attenzione a ciò che fai durante la pratica, inizierai a porre attenzione anche a ciò che fai nella quotidianità e questo produce una grande cambiamento: esci dalle abitudini, dagli automatismi, dagli schemi che ti fissano a dei copioni e ti riconnetti a te stesso/a. Sei più attento/a, ti ascolti e scopri ciò che ti fa stare bene, quali sono le cose buone per te e quali invece è meglio allontanare. Questo significa recuperare un’autorevolezza interiore che è fondamentale per la tua salute e per la tua felicità. Quell’autorevolezza che i miliardi di messaggi provenienti da ogni parte cercano invece di sottrarti, spingendoti a delegare la tua vita a specialisti, professionisti, prodotti, pratiche, terapie, strumenti che devono prendersi cura di te, perché il messaggio di fondo è “non sei in grado di prenderti cura di te”, “non sei in grado di sapere cosa è giusto o buono per te e per chi ami, che siano i tuoi genitori o i tuoi bambini”. Non sto dicendo che non ci debbano essere cure, medici, educatori, rimedi che possono aiutarci, ma appunto dovrebbero essere sani sostegni nel rispetto della nostra natura, del nostro Essere nella sua totalità. Abbiamo perso sempre più potere sul nostro corpo e di conseguenza su noi stessi, mentre ora anche la neuroscienza sta affermando che il nostro sistema nervoso  è capace di autoregolarsi. E’ necessario dunque coltivare la connessione con noi stessi e  lo possiamo fare in maniera molto semplice, iniziando a osservarci e a esplorarci nel nostro corpo in movimento. La pratica di MovimentoSano© parte proprio da qui, da questa riconquista del nostro corpo nel movimento vitale.

Il cervello cresce anche dopo i 50 anni, basta tenerlo attivo

“Il cervello continua a svilupparsi e a crescere anche dopo i cinquant’anni, basta tenerlo attivo e sollecitarlo con nuovi stimoli. Lo dimostra una ricerca dell’università di Amburgo e dell’Ospedale universitario di Jena, pubblicati sulla rivista «Journal of Neuroscience». L’esperimento ha coinvolto 44 adulti tra i 50 e i 67 anni, a cui e stato chiesto di imparare giochi di prestigio. Dopo tre mesi di prove, le regioni che si sono sviluppate giocando sono state l’ippocampo, area dell’apprendimento che puo’ produrre nuove cellule cerebrali, e il «nucleus accumbens’, l’area coinvolta nel piacere. Non solo: chi ha interrotto gli esercizi, ha subito una leggera diminuzione di ‘materia grigia». La stessa equipe aveva già realizzato un studio pubblicato da Nature e che dimostrava come, anche dopo i vent’anni, considerato il limite del processo di maturazione cerebrale, il cervello è in condizioni di continuare a crescere.” (corrieredellasera.it, 8 luglio 2010).
E’ su questi presupposti scientifici che si basa la pratica di MovimentoSano©, un’educazione neuromotoria che stimola la plasticità del cervello per migliorare lo stato di salute e le prestazioni su tutti i livelli (fisico, psicologico, emotivo) e per risolvere situazioni di dolore, problemi di natura posturale, stress, stanchezza cronica, traumi postoperatori ecc.
Le sofisticate strategie di movimento derivano dalle oltre 1000 lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento® elaborate dallo scienziato, ricercatore ed esperto di arti marziali Moshe Feldenkrais, fondatore dell’omonimo Metodo, una sintesi inusuale e geniale di biomeccanica, neurofisiologia, psicofisica, sviluppo motorio, scienze cognitive.
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