SmartFitness – Corestability #1

Mobilità, potenza, forza, flessibilità, equilibrio, coordinazione: il video nr. 1 dedicato alla Corestability, fondamentale per qualsiasi sport ma anche per star meglio nella vita quotidiana.

Vuoi migliorare le tue performance con intelligenza? Usa il cervello! E’ il cervello che dice ai muscoli che cosa fare. Il programma Smartfitness ti permette di attingere al tuo potenziale senza usurarti e danneggiarti con sforzi inutili (e stupidi). Perché funziona? Perché utilizza un’autoeducazione attraverso il soma (l’intero organismo formato da corpo, sistema nervoso, ambiente con cui è ininterrottamente in relazione). Le lezioni propongono movimenti che informano il sistema nervoso, permettendogli di ricablarsi e trovare la giusta strada per raggiungere gli obiettivi desiderati. Potremmo chiamarla “ginnastica neuromotoria”. Si basa sul principio della neuroplasticità, il superpotere del cervello, sempre più comprovato dalle ricerche della neuroscienza e dai più grandi scienziati a livello mondiale, come Michael Merzenich, Norman Doidge, Rodolfo Llinas, Mator Gabé, Peter Levine, Antonio Damasio e altri ancora. Pioniere di questa scienza fu Moshe Feldenkrais, l’ingegnere, fisico ed esperto di arti marziali che ha fondato il Metodo Feldenkrais a metà del Novecento. E’ un modo rivoluzionario di intendere il corpo come sistema neuro-muscolo-scheletrico. Contattami per informazioni.

Respirare per allargare gli spazi

Il respiro non soltanto è il primo movimento vitale, è anche la fonte e la prova del nostro benessere, in quanto è il primo elemento che si modifica se non siamo sereni, se non rispettiamo i nostri ritmi. Il respiro è anche legato al modo in cui ci muoviamo: prova a compiere un qualsiasi gesto bloccando il respiro e vedi che effetto ha sulla qualità del tuo movimento. Se il respiro è corto, frenato e non in armonia con i tuoi movimenti, questi saranno limitati e poco armoniosi. Il modo in cui ci muoviamo e le posture che assumiamo denotano quindi il nostro modo di respirare. Lavorare sul respiro è fondamentale per la nostra salute, fisica, psichica, emotiva. Ma lavorare sul respiro non è sempre semplice: per chi non è abituato ad ascoltarsi e non ha una chiara immagine di sé – di come si muove lo scheletro attraverso il movimento del respiro – non è così immediato. Ci vuole tempo. E a poco servono le tecniche del respiro senza una consapevolezza di come funzioniamo. Con consapevolezza intendo esperienza di sé nell’auto-osservazione, l’unica che ti permette una conoscenza concreta e individuale, quindi reale. Altrimenti anche la più efficace tecnica di respiro che ti possono insegnare può servire a poco, poiché rimane sempre qualcosa di esterno che ti hanno cucito addosso. Con il Metodo Feldenkrais non insegno una tecnica di respiro, ti conduco a osservare e a conoscere il tuo modo di respirare, ti propongo altre strade e nuove possibilità, affinché il tuo sistema nervoso accolga quelle più funzionali e più giuste per la tua organizzazione muscolo-scheletrica. Non solo, il Metodo Feldenkrais non è mai avulso dal movimento, dalla concretezza di questo movimento nella vita quotidiana e quindi esplori le possibilità del respiro nel movimento, perché è a questo che il respiro ti serve: a vivere la vita di tutti i giorni, a muoverti con più agio anziché boicottare inconsapevolmente le tue azioni, a essere più in contatto con te stesso per pensare con maggiore chiarezza e ascoltare le tue emozioni, sapendo che, proprio per l’interazione corpo-cervello, attraverso il respiro puoi guidarle e controllarle meglio. Perché sei un’unità e in questa unità basta modificare un elemento che si modifica tutto il resto.

In questa lezione audio ti propongo un’esplorazione sul respiro connessa alle relazioni spaziali interne, ossia fra le varie parti dello scheletro, e alla relazione con lo spazio esterno, la tua presenza nell’ambiente.

Convinzioni da sfatare

Siamo talmente convinti di certi principi che se qualcuno li contraddice lo guardiamo con sospetto: è quello che può capitare a chi svolge il mio lavoro di educatrice somatica (o neuromuscolare) con il Metodo Feldenkrais. Già il solo nome di quello che faccio è oscuro, figuriamoci quando dico che “meno fai e meglio è” o che “per sentire di più devi diminuire lo sforzo”, “che provare dolore muscolare non serve per migliorare una performance sportiva”, “che non c’è bisogno di fare un movimento da entrambi i lati tanto un lato lo insegna all’altro” e altre stranezze simili. Ma come?! Dove sono finiti la fatica, l’impegno, la volontà, lo sforzo, il concetto di postura corretta, l’esercizio ripetuto?! Per quanto mi riguarda (e anche per quanto riguarda le nuove frontiere del fitness, del benessere e della scienza) nel cestino. Attenzione: non sto affermando di non praticare attività aerobica, correre, saltare, sudare ecc. Mi riferisco a come migliorare l’uso di sé e migliorare attraverso l’intelligenza, sfatando il mito “no pain, no gain”, ancora molto radicato. Ma un esercizio ripetuto con sforzo muscolare non serve all’apprendimento autentico, perché non invia informazioni al cervello in modo che questo possa cambiare l’uso dei muscoli (che di cervello non ne hanno). Sì impara, è vero, il gesto, ma in modo inefficiente: sprecando energia, usurando il corpo. Il quale ci avverte di questa cattiva organizzazione attraverso il dolore. Il punto è – e forse non te lo ha mai detto nessuno – che il movimento ben eseguito è quello che dà piacere, non quello che procura dolore, sfinimento, frustrazione. Basta osservare un bambino di quattro anni mentre gioca in libertà. Noterai una varietà infinita di movimenti, di esplorazioni continue, fino a raggiungere il traguardo attraverso la strada più efficace, perché nei suoi tentativi quando sente un disagio o una scomodità il bambino (mica è stupido!) non insiste, cerca un’altra via, si dà nuove possibilità. E’ creativo. Si diverte e impara. Impara in un’ora tante di quelle cose che noi adulti nemmeno ce lo possiamo immaginare. Allora a noi che cosa è successo? Perché ora anziché continuare come quando eravamo bambini, attraverso l’esplorazione, i tentativi, la creatività, insistiamo a eseguire ripetizioni infinite di movimenti per ottenere i risultati desiderati? Spesso provando frustrazione, sentendoci incapaci, inadatti, non abbastanza bravi. Perché se lui, il bambino, impara tante cose senza che nessuno gliele insegni, noi invece abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci dica se quello che facciamo è giusto o sbagliato? Che cosa ci è successo? Ci siamo dimenticati della parte più bella (a mio avviso) della vita: l’apprendimento, che è un processo creativo infinito. Quel tipo di apprendimento organico (gli scienziati lo chiamano embodied cognition) che ci permette di evolvere interiormente, di trovare le nostre soluzioni, la nostra strada. Non ti stupire se un educatore somatico non ti dice se fai bene o male, perché non è quello il suo compito. Il Metodo Feldenkrais non ti dà la ricetta giusta, ti fornisce gli strumenti perché tu possa trovare le tue risposte. Accende la tua intelligenza, stimola le tue potenzialità, guidandoti in quella dimensione che hai vissuto da bambino, quando apprendevi con l’intero te stesso, cuore pancia testa corpo, per agire nel mondo “a modo tuo”, felice delle tue conquiste. Nessuno ti ha detto come tenere la testa eretta, girarti, rotolare, gattonare, afferrare, accarezzare, bere, succhiare, sederti, alzarti, pensare, sorridere, piangere, amare… eppure hai imparato tutto questo e molto di più.

Il tuo corpo sei tu

Un corpo-immagine, un corpo senza carne. E’ il paradosso odierno nell’ideale del corpo diffuso dai media, che ci spingono verso pratiche, prodotti, trattamenti, terapie e interventi per avvicinarci il più possibile al modello proposto. Un corpo considerato fondamentale per l’immagine sociale – essere accettati, rispettati, apprezzati, desiderati e desiderabili – ma da cui ci estraniamo nell’accezione di organismo vivente nelle sue espressioni fisiche, emotive, psicologiche. Il paradosso sta nel fatto che questo corpo così esaltato come immagine ideale, non lo si conosce, non lo si ascolta, non lo si abita. E così si vive spesso dissociati dal proprio corpo, per poi identificarsi in alcune sue manifestazioni – come il dolore – e in alcune parti – di solito quelle doloranti o che non piacciono. Come se il corpo non fosse un insieme, ma parti assemblate; come se non fosse la manifestazione dell’intero nostro essere, ma un abito prestato e, il più delle volte, scomodo. Ma noi non siamo la nostra sciatica, la nostra periatrite, il nostro alluce valgo, la nostra dislessia, la nostra scoliosi, noi siamo un sistema vivo, organico, intelligente, che interagisce con altri sistemi. Un sistema autoregolato in grado di identificare e di sussurrare i disagi, ma che poi è obbligato a urlarli se inascoltato.

In Occidente, limitati dalla dualità corpo-mente di matrice cartesiana, fatichiamo a considerare il corpo nella sua unità funzionale con la mente, che è poi la base del nostro sé, della nostra coscienza: “c’è un legame forte e permanente tra le zone del cervello che regolano il corpo e il corpo stesso… noi generiamo la mappatura del corpo che fornisce le basi del sé e si manifesta sotto forma di percezioni. Non potremmo avere una mente cosciente se non ci fosse interazione tra la corteccia cerebrale, il tronco encefalico e il corpo.” (Antonio Damasio, neuroscienziato). Si tratta dell’unità oggettiva e funzionale tra il corpo e la mente dichiarata da Moshe Feldenkrais oltre mezzo secolo prima delle ricerche che oggi dimostrano come le capacità del cervello siano influenzate dai sistemi sensorimotori.

Si tratta di cambiare paradigma e comprendere, facendone esperienza, che il corpo vivente – il soma – è la base del sé: il corpo siamo noi nell’unità funzionale con il nostro cervello, quindi con le nostre sensazioni, le emozioni, i pensieri, i sentimenti ed esso diventa la manifestazione concreta del nostro modo di muoverci nel mondo e nella vita. Vivere alienati dal proprio corpo significa quindi vivere alienati da sé, perché se non si abita il corpo, se non lo si ascolta e non lo si rispetta, non si può nemmeno sapere che cosa si desidera per sé, che cosa ci fa bene, di che cosa abbiamo bisogno e come prendercene cura. E se non ci abituiamo ad ascoltare e a prendere in considerazione i messaggi del corpo – del nostro essere autentico – rischiamo di passare la vita a delegare ad altri la nostra salute, le scelte per il nostro benessere, in ultimo la nostra felicità: specialisti ed esperti che secondo noi sanno come curare il nostro corpo dimenticato e disincarnato. Come scrive la collega Lea Kaufman nel suo libro “Apoderate de tu cuerpo”, quando invece ci riappropriamo del nostro corpo ci riappropriamo di noi stessi, della nostra autorevolezza, perché impariamo ad riconoscere le sensazioni, a leggere le percezioni, fidandoci di noi, in una consapevolezza incarnata: “Quando la tua attenzione è focalizzata sul tuo corpo, questo, per se stesso, inizia a lavorare meglio. E la cosa meravigliosa è che i cambiamenti che senti si verificano nel tuo cervello.”