Io e il Feldenkrais

“Se non si è mai assaggiato un mango è impossibile conoscerne il sapore, anche se te lo descrivono”. Così diceva Moshe Feldenkrais a proposito del suo Metodo: si può spiegare quanto si vuole, ma per comprenderlo davvero bisogna farne esperienza. Anche, aggiungo, perché la vera conoscenza passa da lì, dall’esperienza dei nostri sensi e non dal trasferimento in termini accademici di informazioni o nozioni. Mi sono quindi detta che, forse, un racconto è meglio di tante definizioni e ho deciso di raccontare quello che è per me, nel mio vissuto personale, il Metodo Feldenkrais. Mi farà piacere se chi lo ha provato vorrà riportarmi la sua esperienza, così da pubblicare altri vissuti.
A oggi tutte le definizioni che si possono utilizzare credo rimangano per lo più oscure. Direi che non c’è, perlomeno in Italia, una terminologia di comprensione comune, forse perché sono concetti ancora molto nuovi e quindi manca un linguaggio corrispondente e, soprattutto, riconoscibile e riconducibile a una categoria. Per definire il Metodo si parla di educazione somatica, apprendimento organico, apprendimento sensorimotorio, educazione (o autoeducazione) neuromotoria, pedagogia… ma per la maggior parte delle persone questi termini dicono poco e nulla. Allo stesso tempo indicano però la specificità del Metodo rispetto a terapie, discipline e tecniche del settore salute e benessere, ossia che siamo nel campo dell’apprendimento, non quello accademico, ma quello che passa dall’esperienza organica. Si tratta, in definitiva, di “imparare col corpo”, un concetto oggi sempre più comune fra scienziati, psicologi, educatori ma non ancora molto diffuso fra il pubblico. Si pensa in generale che imparare sia ascoltare nozioni, registrarle, memorizzarle, elaborarle. Pensiamo ad esempio alla scuola, dove ai ragazzi viene chiesto di apprendere stando seduti composti con lo sguardo rivolto all’insegnante. L’apprendimento organico, quello proposto dal Metodo Feldenkrais, coinvolge invece l’intero nostro essere e ci permette di imparare non assorbendo nozioni o concetti già stabiliti, ma sperimentando la realtà in prima persona attraverso domande che poniamo a noi stessi nell’auto-osservazione. I movimenti che si eseguono durante una lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento sono pensati per stimolare la persona intesa come un sistema integrato, interconnesso e funzionale, composto dallo scheletro, dai muscoli, dagli organi (interni e di senso) e dal sistema nervoso. Insomma, un corpo che coincide con l’intero nostro essere. Il movimento, caratteristica fondante della vita, diventa così la chiave per accedere alla globalità dell’essere umano e aprirgli la possibilità di una nuova e più chiara (consapevole) connessione con se stesso e con l’ambiente, con il quale egli crea un’unità funzionale fin dalla vita prenatale. Si osserva, si registrano le sensazioni, i pensieri, le emozioni, ci si pone domande, si sperimenta, si sceglie. Nessuno ci dice a priori se un gesto è giusto o no e come dobbiamo compierlo, lo comprendiamo strada facendo perché scopriamo quello che è “giusto per noi”. Non in modo astratto, ma concreto e tangibile. Un’esperienza che modifica il nostro modo di pensare, di relazionarci, di valutare, di agire… in una parola, di vivere. Sono più di trent’anni che mi appassiono alle possibilità espressive del corpo: danza classica, moderna, contemporanea, tango argentino, Tecnica Alexander, movimento olistico, raya yoga, tai chi chuan…. ma quando ho provato il Metodo Feldenkrais ho sentito che questa esperienza era diversa da tutte le precedenti. Con diversa non intendo migliore, ma che non avevo sperimentato in precedenza: non si trattava più di una disciplina impartita da altri, in cui il mio corpo si muoveva secondo idee e modelli, ma era un’esplorazione personale attraverso l’osservazione in dettaglio del mio corpo in movimento nello spazio. Nessuno mi mostrava quello che dovevo fare o mi correggeva, semplicemente mi guidava nel mio percorso di autoconoscenza, ponendomi domande alle quali non avevo mai pensato prima, domande che non davano nulla, ma proprio nulla, per scontato. E così ho iniziato a muovermi, anche quando ballo, non più secondo l’idea che avevo della forma del movimento, ma sentendo da dentro il “mio” movimento. Durante gli anni della formazione per diventare insegnante del Metodo, che è stato il regalo più bello che potessi farmi nella vita, ho scoperto sempre più il mio modo di muovermi e quindi di agire anche in termini emotivi e psicologici, ho percepito nella mia organizzazione muscoloscheletrica le mie reazioni automatiche, quelle che Moshe chiama “abitudini” e mi sono data nuove possibilità. Continuando in questa esplorazione – un viaggio senza fine – mi sembrava sempre più di tornare a me stessa, di riconoscermi e anche di riconciliarmi con i miei limiti, le mie debolezze, quelli che consideravo difetti e che ora considero le mie peculiarità. La sensazione di tornare a casa diventava sempre più forte: io ero diventata un luogo sicuro per me stessa. Allora ho iniziato ad avere meno paura, meno paura dei giudizi, meno paura delle sconfitte o delle delusioni, meno paura delle mie aspettative… sapere la strada di casa non mi fa vivere come un’illuminata, mi permette semplicemente di ritrovare presto un porto sicuro se c’è la tempesta. Emotivamente, l’ascolto del mio corpo mi permette sempre più di riconoscere rapidamente come sto, che cosa voglio, di che cosa ho bisogno.
E non devo astrarmi dalla concretezza della vita o andare in un luogo particolare: la riconciliazione può avvenire dentro di me ogni volta che voglio là dove mi trovo. Con un po’ di pazienza, a volte…. ma infine arriva. Anche questa è una particolarità del Metodo Feldenkrais: non ho bisogno di assumere una particolare posizione, eseguire una specifica tecnica di respirazione o cercare un determinato ambiente per essere presente nel qui e ora…. A me piace dire che il Feldenkrais è “mindfulness in movimento”, poiché è integrata nella realtà quotidiana. Le lezioni di Moshe Feldenkrais sono sempre pensate in funzione di un gesto, quindi legate agli aspetti pratici. Esse portano la danza nel quotidiano, almeno per me che amo danzare. Dirò di più, la presenza nel corpo vivente può diventare strumento per la spiritualità: siamo esseri fisici e la nostra spiritualità a mio parere non è disgiunta da questa fisicità; anzi è il corpo che ci dà la possibilità di mettere le ali. Dopo anni di osservazione sul corpo e sulle sensazioni fisiche, mi capita di non sentirlo più… quando il mio scheletro assolve la sua funzione di sostegno in relazione con la gravità, i miei muscoli lavorano in armonia senza farmi sentire alcuno sforzo e il mio respiro è fluido, sento una leggerezza che ha dell’incredibile e in quei momenti mi chiedo se un corpo ce l’ho. Anche la mente è sgombra, io sono semplicemente lì, godendo di quella frazione di vita, la mia e tutta quella che si muove attorno a me.

Allungare il braccio dal bacino

Da dove parte il movimento del braccio, te lo sei mai chiesto? E quando ti capita di allungarlo per prendere un oggetto, quali parti di te percepisci? Come respiri? Ti capita per caso di sentire dei limiti, magari nella spalla? O nel collo? La qualità e la facilità di un semplice gesto quotidiano come questo dipendono da come organizzi l’intero te stesso, perché non è il braccio a compierlo, ma l’intera tua organizzazione muscolo-scheletrica. E se non hai il controllo di questa, il semplice gesto può risultare difficile. Il Metodo Feldenkrais ti aiuta a trovare un movimento integrato e funzionale, che significa muoversi percependosi come un intero, in cui le parti del tuo corpo sono armoniosamente orchestrate, distribuendo in modo corretto il lavoro tra la muscolatura più forte e potente e quella più leggera. E questo fa la differenza! Braccia e gambe leggere, agili e forti al tempo stesso, dipendono da un movimento ben coordinato e flessibile del nostro centro e dai collegamenti tra questo e le periferie. Prova la lezione Feldenkrais “Allungare il braccio dal bacino, ti aiuterà a percepire la mobilità del tuo bacino e il suo collegamento con gli arti per muoverti in modo efficace e armonioso. Buona pratica!

Body-scan, quali benefici

Ogni lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais inizia con un’esplorazione del corpo sotto forma di auto osservazione. Di solito questa mappatura è eseguita da sdraiati, ma viene effettuata anche nelle lezioni da seduti, in piedi o in altre posizioni. Nella posizione supina, la più adatta a un body-scan in cui il sistema nervoso è tranquillo poiché non impegnato nella funzione antigravitazionale, ci si osserva nella relazione con il suolo: quali parti premono di più,  quali meno e quali sono staccate, quale impronta hanno le parti a contatto e quali differenze ci sono tra un lato e l’altro. Si individuano tra destra e sinistra le più pesanti e quelle più leggere, le più lunghe e le più corte, quelle più voluminose ecc. Ci si può accorgere ad esempio che un piede è più ruotato verso l’esterno o che una spalla è più distanziata dal terreno rispetto all’altra, che una mano è appoggiata con il palmo e l’altra di profilo, che un lato del bacino preme più dell’altro… E’ un’esplorazione che ci permette nel tempo di conoscere la nostra organizzazione muscolo-scheletrica, ossia le nostre abitudini (tendenze, preferenze) o schemi di movimento e di notare i miglioramenti tra il prima e il dopo della lezione e nel corso del tempo. Mentre si percepisce il corpo, si porta l’attenzione anche al respiro (dove e come esso ci muove), allo stato d’animo e ai pensieri. Il tutto senza voler cambiare nulla, soltanto come neutra osservazione. Eseguendo il body scan per tanti anni mi sono accorta che, al di là della sua importante funzione nella lezione, può essere utile come piccola meditazione o pratica di mindfulness ogni volta che si ha bisogno di calmare la mente, di abbassare il livello di stress. Osservare il proprio corpo in relazione alle superfici di appoggio e allo spazio permette infatti un’immediata e concreta connessione con se stessi nel qui e ora. Inoltre aiuta a uscire dal giudizio, ad accogliersi per come si è nel momento presente, a essere più pazienti, a trovare il proprio ritmo interiore. E’ come un rallentamento, anzi, una sospensione temporale, che però ha effetti di risveglio, di una maggiore presenza e resa mentale. Risultati che si ottengono non perché li si cerchi, ma dal semplice portare attenzione, osservandosi, senza avere nessuno scopo particolare. E se si notano disagi, scomodità, fastidi, si osservano anche quelli, si “sta con”, spostando poi l’attenzione altrove. Allargando il campo di osservazione, ci si percepisce nell’insieme e nella propria integrità, anziché identificarsi con un solo aspetto. La scansione corporea ha un effetto potente, soprattutto se la si pratica nel tempo, perché viene sempre più integrata come modalità di percepirsi e di sentire se stessi rispetto all’ambiente. A me piace dire che mi permette di sapere “dove sono”. E’ così perché l’osservazione del corpo sviluppa la capacità di notare le nostre esperienze fisiche e, quindi, riconoscere immediatamente le nostre emozioni. Ha poi il vantaggio che posso farla quando e dove voglio, non ho bisogno di avere una stanza isolata e un tappetino… non appena mi accorgo che sono in accelerazione o preoccupata o in ansia so di potermi fermare, tanto bastano cinque minuti, e osservare il mio corpo in qualsiasi posto mi trovi. E non è che devo respirare in certo modo o con una determinata tecnica, non devo liberare forzatamente la mente o immaginare chissà cosa. Si tratta semplicemente di portare attenzione al corpo e il resto viene da sé.  Non solo: eseguire questa scansione corporea percependo il proprio scheletro, che è la modalità adottata nel Metodo Feldenkrais, si scopre sempre più quanto gli appoggi possano aiutarci nel sostenerci senza un uso eccessivo della muscolatura. Si impara, cioè, a economizzare la forza muscolare, risparmiando energia e acquistando una bella sensazione di leggerezza.

Periartrite e Feldenkrais: Matilde racconta

Matilde stava uscendo da una polmonite, doveva riprendere la sua vita normale, ricominciare a essere efficiente e voleva riprendere a correre, ma proprio in quel momento si era manifestata improvvisamente una periartrite alla spalla sinistra molto dolorosa, che le impediva i movimenti. E’ allora che si è rivolta al Metodo Feldenkrais e mi ha chiamata. Abbiamo iniziato un percorso di sedute individuali settimanali per qualche mese e in questa intervista ci racconta i risultati ottenuti. E’ una bella testimonianza, per la quale ringrazio la mia allieva e penso sia utile ascoltarla perché è incoraggiante per chi, come lei, voglia superare dolori, migliorare i propri movimenti nel quotidiano e sentirsi bene nel proprio corpo. Matilde sottolinea anche la differenze fra una terapia tradizionale e il particolare lavoro di educazione somatica proposto dal Metodo Feldenkrais:

Ho fatto un percorso di fisioterapia e di onde d’urto, però il lavoro con il Feldenkrais è stato diverso: mentre le fisioterapia si concentrava sull’allungamento del tendine della spalla, il lavoro fatto con Livia è stato quello di sciogliere la spalla, di sciogliere la schiena che era completamente bloccata. La mia schiena era una specie di tavola di legno e anche la scapola quindi il lavoro è stato quello di creare di nuovo il movimento della spalla. A un certo punto è venuto uno sblocco, c’è stata come una catena che si è rotta: la scapola si è sbloccata ed è seguito un movimento fluido della spalla e ho riacquistato un movimento completo.

Inoltre Matilde, per problemi dovuti a una scoliosi, desiderava ottenere un migliore allineamento tra la testa e la colonna (teneva infatti la testa molto in avanti rispetto alle spalle) e mi aveva espresso il desiderio di liberare il collo da uno stato di tensione. A tal fine abbiamo intrapreso un lavoro che le permettesse di sentire maggiormente la connessione tra il bacino e la testa e far sì che il bacino acquistasse il suo ruolo di motore del movimento, in modo che il collo potesse liberarsi da un lavoro muscolare eccessivo. Per Matilde è stato sorprendente focalizzarsi su punti che erano lontani dalla zona che le interessava, ma in seguito ha scoperto che questa strategia funzionava e che era il fulcro del Metodo Feldenkrais:

Ho capito che con il Feldenkrais non c’è mai una cosa separata dall’altra.

Infine la scoperta più bella: una presa di coscienza di sé grazie a una riappropriarsi del proprio corpo, come Matilde racconta in questa seconda parte dell’intervista.

 

 

Mindfulness in movimento… Feldenkrais!

Prendi “Mindfulness” aggiungi “Movimento” ottieni Metodo Feldenkrais! Di mindfulness si sente parlare o si legge sempre più di frequente come uno strumento per un benessere integrato tra corpo, mente, spirito. Si riferisce alla consapevolezza ottenuta grazie a un’attenzione intenzionale, non giudicante e centrata nel presente sui propri processi psicomotori. La sua origine è molto antica, oltre 2.500 anni, e il termine inglese è la traduzione di “sati”, nella lingua indiana pali, o di “smirti” in sanscrito, che significano “attenzione consapevole”. Conosciuta e praticata in tutto il mondo asiatico da millenni, solo nel Novecento la Mindfulness è stata introdotta nella medicina occidentale per i suoi benefici, come ad esempio nella gestione dello stress e di malattie da esso derivanti o nel rafforzamento delle difese immunitarie. Ancor più recenti sono le scoperte neuroscientifiche riguardo ai cambiamenti funzionali che la Mindfulness produce nel cervello in termini di attenzione, memoria, capacità cognitive, nuove connessioni neuronali, potenziamento dei lobi frontali ecc. Così la definisce lo scienziato che l’ha introdotta nel campo della medicina alla fine degli Annni 70, il dottor Jon Kabat-Zinn, fondatore del Centro Mindfulness per la Medicina all’Università del Massachusetts:

Mindfulness è la consapevolezza che emerge dal porre attenzione intenzionalmente, nel presente e in modo non giudicante, nello svolgersi dell’esperienza momento per momento.

Trent’anni prima Moshe Feldenkrais iniziava a diffondere il suo Metodo e a creare le lezioni collettive di Consapevolezza Attraverso il Movimento che proponevano al mondo occidentale, con largo anticipo sui tempi, il percorso descritto da Kabat-Zinn. Nei 45 minuti di una sessione del Metodo Feldenkrais, dopo un iniziale body-scan in cui già si entra in uno stato di mindfulness, ci osserviamo mentre ci muoviamo, con l’attenzione guidata sui tanti elementi che compongono la nostra azione, entrando così in uno stato di “Mindfulness in Movimento”: il respiro, lo sguardo, i collegamenti tra i segmenti ossei nella trasmissione della forza e la loro relazione con lo spazio, il nostro atteggiamento mentale ecc. E continuiamo a osservarci nelle variazioni sul movimento a cui siamo invitati dalle indicazioni dell’insegnante, variazioni spesso inusuali, a volte perfino spiazzanti per il nostro sistema nervoso. Attraverso questi particolari stimoli sensorimotori esso può imparare nuove risposte, più funzionali ai nostri bisogni. In modo fisiologico, senza alcuna imposizione esterna, bensì grazie a un’autoregolazione, ci sganciamo dai comportamenti automatici e limitanti, liberi di fare scelte più salutari e gratificanti. L’attenzione guidata e l’interesse sul movimento nel suo divenire ci cattura al punto che non possiamo che essere lì, presenti a noi stessi, con un senso di pienezza vitale mentre ascoltiamo le nostre sensazioni, osserviamo i nostri pensieri, accogliamo i moti dell’animo, ci percepiamo nel flusso spazio-temporale. Impediamo così alla mente quel vagare che sperimentiamo nella vita quotidiana, quando il nostro corpo assolve ai soliti compiti, quasi in automatico, mentre la mente è altrove, nel passato o nel futuro, di rado nel luogo dell’azione. Nella pratica Feldenkrais riusciamo invece a dimenticarci della mente, perché essa è tutt’uno col corpo, attiva semplicemente come attenta osservatrice dell’esperienza che stiamo vivendo momento per momento. Non ci sono divisioni, soltanto il corpo-mente che si scopre, si conosce e si riconosce come unità in un’osservazione che al giudizio e alla critica sostituisce la curiosità. E questo ci apre la possibilità di fare nuove scoperte su di noi e portare queste scoperte nel mondo, in una mindfulness che si integra al quotidiano e non stato “altro”, sospeso, rispetto alla vita pratica. E’ questa la peculiarità del Metodo Feldenkrais: il suo stretto legame con i gesti e le azioni che compiamo tutti i giorni. Ogni lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento è costruita su una funzione, come sedersi, allungare un braccio, girarsi, rotolare, camminare… tutti movimenti che iniziamo a compiere con un’attenzione, una consapevolezza e una presenza nuove, in un processo di cambiamento vissuto non come correzione bensì come evoluzione, con un senso di stima e di soddisfazione per le nostre capacità. Perché fare attenzione rende migliori e più felici (Daniel Goleman, “Focus”).

Se vuoi fare un piccola esperienza prova una delle brevi sequenze che propongo nella sezione Risorse gratuite e se vuoi ricevere gratuitamente nella mail altri audio iscriviti alla newsletter di MovimentoSano!

La postura come concetto dinamico

Moshe Feldenkrais, fondatore del metodo di educazione neuromuscolare che porta il suo nome, indica la postura come “attura”. Che cosa significa questo strano nome? Feldenkrais intendeva la postura come adattamento dinamico del sistema corpo-mente nella continua interazione con l’ambiente  e quindi il semplice termine postura non lo soddisfaceva perché trasmette un’idea di staticità. Ecco che cosa scrive in “Corpo e mente”:

Postura eretta significa allineamento verticale. Ma tutti i termini di questo genere, compreso postura, implicano qualche cosa di rigido e di statico. Un esame attento mostra chiaramente che la postura eretta è in realtà dinamica, con un costante assestamento della struttura corporea piuttosto che staticamente fissa.

Fu così che creò il termine “attura” come sintesi di azione e postura. Una buona postura dunque una capacità di assestamento efficiente rispetto ai continui stimoli esterni (e interni) per mantenere l’equilibrio e per muoversi con facilità. Ecco la descrizione di buona postura, sempre in “Corpo e mente”:

Il corpo dovrebbe essere organizzato in modo da poter cominciare qualsiasi movimento  senza aggiustamento preliminare dei segmenti del corpo, senza una repentina modificazione del ritmo respiratorio, senza stringere la mascella inferiore né contrarre la lingua, senza alcuna tensione percettibile dei muscoli del collo e senza bloccare lo sguardo. Quando il corpo è organizzato in questo modo, la testa non viene tenuta fissa, è libera di muoversi facilmente in tutte le direzioni anatomicamente possibili.

La postura, in continuo adattamento e strettamente connessa al movimento, dipende quindi dall’uso che facciamo di noi stessi. Un uso che deriva dalle tante fasi dello sviluppo neuromotorio che nei primi anni di vita ci ha permesso di imparare a muoverci nello spazio-tempo in modo autonomo e dalle abitudini  – schemi di movimento – che abbiamo assunto come adattamento individuale alle nostre esperienze. Le abitudini (o schemi neuromotori) si possono intendere come preferenze (occhi o gamba dominanti, lato più flessibile, anca più libera ecc.) e non hanno nulla di negativo in sé, ma se non ne siamo consapevoli possono diventare automatismi limitanti e perfino dannosi. Sta a noi poterli osservare per permetterci alternative e per poter scegliere e adottare risposte più funzionali. E’ una possibilità che abbiamo grazie alla plasticità del nostro cervello e del nostro sistema nervoso:

Il sistema nervoso umano, essendo specialmente portato alla formazione di schemi personali che sono più labili dei riflessi geneticamente ereditati, è anche più in grado di inibire gli schemi indesiderati e di estinguerli (M.Feldenkrais, Corpo e mente).

Questo significa che possiamo apprendere e riapprendere risposte agli stimoli che siano il più vantaggiose possibili per un benessere integrato e per riequlibrare il nostro stato di salute, a patto di non rimanere fissati alle nostre abitudini. Un lavoro sulla postura è quindi un lavoro sulla globalità della persona. Mi capita spesso che le persone che si rivolgono a me per dolori vari (schiena, spalle, collo, ginocchia ecc.) parlino di postura, dicendo che desiderano una postura migliore in modo da risolvere i loro problemi. Ebbene, queste persone non si sentono mai dire che cos’è la buona postura e non si sentono mai correggere. Sono invece invitate a un lavoro profondo su di sé che permette loro di osservare i propri movimenti, scoprire le proprie abitudini, riconoscere quelle limitanti ed esplorare nuovi modi di muoversi che risultano più soddisfacenti. La “buona postura” è infatti quella che ci permette di muoverci con facilità, senza sforzi o tensioni muscolari e questa “corretezza” è diversa se ad agire è una persona con scoliosi, una persona emiplegica, una persona che ha subito un’operazione alle anche, una persona sportiva ecc. perché la postura, oltre che essere dinamica, è individuale.

 

Neuroplasticità e Metodo Feldenkrais

Descrivendo il Metodo Feldenkrais e ho citato spesso la neuroplasticità, un termine ancora poco conosciuto, ma di cui si sente sempre più spesso parlare. La neuroplasticità è, in altre parole, la plasticità del cervello, la sua “modellabilità”. Per molto tempo si è pensato che il cervello fosse plastico soltanto fino all’adolescenza e che poi si stabilizzasse e anzi, deperisse. Alcuni pensatori e scienziati del Novecento, fra cui Moshe Feldenkrais, hanno intuito che la plasticità dura per tutta la vita; studi e ricerche neuroscientifici più recenti lo hanno confermato e stanno a tuttoggi aprendo nuovi scenari nei campi dell’apprendimento, delle abilità fisiche, della medicina. La plasticità è la risposta del sistema nervoso  – il nostro nucleo vitale – nella continua interazione con l’ambiente, laddove ambiente è tutto: i suoni, gli abbracci, il cibo, le superfici di contatto, perfino le malattie. Lo sviluppo del cervello e la quantità di connessioni sinaptiche dipende infatti dagli stimoli provenienti dall’ambiente, quello esterno e quello interno. Va da sé che maggiori saranno gli stimoli sensoriali, maggiori saranno le connessioni mentre, al contrario, la diminuzione o l’assenza di stimoli provocheranno una diminuzione delle sinapsi. Possiamo immaginare il cervello come una rete di strade che si illuminano ogni volta che pensiamo, sentiamo, agiamo. Le strade più luminose – più attive – sono quelle che usiamo di più e corrispondono alle nostre abitudini. Quelle abitudini che ci permettono di agire nel mondo senza dover ogni volta pensare a tutte le componenti dei nostri gesti, come sedersi, alzarsi, camminare, guidare, andare in bicicletta ecc., ma che possono limitarci nell’apprendimento di nuove funzioni o  nel miglioramento delle stesse. Fornire nuovi stimoli, attraverso variazioni ed esperienze, con un’attenzione che permette l’osservazione e la riflessione, ci permette di accendere nuove strade, poiché “Neurons which fire together wire together” (Donald O. Hebb, 1949), cioè i neuroni che scaricano assieme si potenziano reciprocamente. Nel nostro agire quotidiano, ciò significa essere capaci di elaborare nuove – e più adeguate – risposte all’ambiente e alle circostanze, con incremento di flessibilità, abilità, resilienza, creatività e quindi anche benessere integrato e salute. Come scrive il neurobiologo Lamberto Maffei  in “Elogio della lentezza”:

La plasticità è la democrazia del cervello, nel senso della possibilità e del desiderio di cambiare.

Questa possibilità di cambiare è la possibilità di evolvere grazie a un apprendimento continuo, inteso non in senso accademico (acquisizione di nozioni) bensì organico (rielaborazione delle informazioni). Gli scienziati parlano di “ricablaggio” del cervello, o “rimappatura”.  Quelle che oggi sono le scoperte neuroscientifiche più all’avanguardia erano le geniali intuizioni del dottor Moshe Feldenkrais mentre elaborava il suo metodo di rieducazione neuromuscolare, finalizzato a “educare attivamente il cervello ad apprendere nuove risposte, per ottenere un cambiamento dinamico del comportamento” (“Le basi del Metodo per la consapevolezza dei processi psicomotori”).

La magia del Metodo Feldenkrais

Le gambe o le braccia che si allungano, gli occhi che si ingrandiscono, la visione periferica che si amplia, il respiro che si calma, una parte del corpo che si alleggerisce, un movimento prima impossibile che diventa facile, pensieri confusi che si chiariscono e altre simili trasformazioni sono esperienze comuni per chi partecipa alle lezioni collettive del Metodo Feldenkrais; così come chi ha provato una seduta individuale sa che la tensione alle spalle può scomparire dopo che l’operatore ha lavorato sulle dita del piede o che il collo si libera mentre si muove il bacino o, ancora, che una parte dolorante migliora dopo che è stata toccata la parte opposta… strani effetti che sembrano magia, dato che in pochi istanti, con inusuali modalità di lavoro e senza sforzi avvengono grandi cambiamenti e miglioramenti. Magia apparente, perché dietro a essa si celano saldi presupposti scientifici, con una profonda conoscenza dell’essere umano nella sua globalità, inteso come sistema integrato e interconnesso. Che cosa significa? Che Moshe Feldenkrais, fondatore del Metodo che porta il suo nome, già a metà Novecento aveva capito grazie alle ricerche in campo psicologico, cognitivo, neurofisiologico e neuromotorio che siamo esseri “interi” il cui nucleo, il sistema nervoso, è in perenne interazione con l’ambiente e che se vogliamo migliorare il particolare (ad esempio una parte dolorante) dobbiamo occuparci di come funzioniamo nella nostra integrità. Già, ma come funzioniamo? Il punto è che non lo sappiamo e questa scarsa conoscenza di noi stessi ostacola il nostro legittimo e naturale ben-stare. Le lezioni di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais ci permettono di conoscerci grazie a un’esperienza che coinvolge tutti i nostri sensi durante il movimento in relazione alle categorie spazio-temporali; un movimento eseguito secondo originali e raffinate strategie che parlano lo stesso linguaggio del cervello, così da innescare un cambiamento neurologico – quindi profondo, radicale, concreto e personale. Questo spiega gli effetti inaspettati e, spesso, sorprendenti, alla fine delle lezioni, senza aver attivato alcuna tensione verso l’obiettivo, cioè senza aspettative e senza le frustrazioni che solitamente ne conseguono. Le oltre mille lezioni concepite da Feldenkrais sono infatti un dialogo del corpo col cervello attraverso il movimento osservato ed esplorato con attenzione neutrale.

Le strategie sono molte e molto diverse dagli approcci  terapeutici o alle tecniche corporee tradizionali, come ad esempio quella del “minimo sforzo” (di cui ho parlato in un precedente articolo) che Moshe Feldenkrais così descrive in Mente e corpo:

Per ottenere l’atteggiamento mentale necessario a ridurre gli sforzi inutili il gruppo viene ripetutamente incoraggiato a fare un po’ meno bene del possibile, nel cercare di essere meno veloce, meno forte, meno aggraziato ecc. Spesso si chiede alle persone di fare del proprio meglio nel senso di fare deliberatamente un po’ meno. Ciò è più importante di quanto non sembri. Infatti, se viene messo in grado di percepire il progresso in uno stato di non tensione, l’allievo ha la sensazione di poter fare meglio, il che induce ulteriore progresso. Con tale atteggiamenteo della mente e del corpo si possono ottenere in venti minuti risultati che richiederebbero altrimenti parecchie ore di lavoro. Un particolare rilievo meritano alcuni movimenti molto piccoli, appena percettibili, di cui faccio ampio uso. Essi riducono in modo straordinario la contrazione involontaria dei muscoli; ad esempio, in pochi minuti, lavorando su un braccio o su una gamba, si riesce a farlo percepire più lungo o più leggero e alla sensazione dell’arto più leggero e più lungo si contrappone in continuazione quella dell’altro che viene avvertito come goffo e impacciato al confronto. Ciò favorisce tra l’altro il passaggio dell’apprendimento dall’azione su cui si è lavorato ad altre azioni, completamente diverse. Il trasferimento di apprendimento è sostanzialmente personale e differisce da un individuo all’altro. Qualcuno può avvertire il cambiamento nel parlare, altri nel modo di prestare attenzione o di osservare.

Un’altra strategia è l’asimmetria, ossia il lavoro su una sola metà del corpo:

in questo caso gli allievi recano con sé due diversi standard del proprio corpo – quello abituale e quello migliore che viene loro proposto e continuano a sentire la differenza finché il lato più goffo non si distende anch’esso. In tal modo essi imparano a lasciarsi andare, per così dire, dall’interno.

Particolarmente sofisticata è la strategia dell’immagine corporea, oggi ampiamente riconosciuta per la sua efficacia in training e terapie, nonché adottata in pratiche di meditazione e di mindfulness:

Altro principio è l’analisi dell’immagine corporea, che viene compiuta in due modi. Il primo consiste nell’indurre una sensazione di lunghezza, ampiezza e leggerezza in un lato del corpo muovendolo realmente, mentre l’altra metà viene portata a percepire la stessa sensazione con la semplice analisi mentale. L’analisi mentale consiste nell’ascoltare e acquisire consapevolezza della diversità di sensazioni della memoria motoria dei muscoli nelle due metà del corpo e della sensazione di cambiamento dell’orientamento nello spazio. Un secondo modo consiste nell’analizzare il corpo da entrambi i lati sin dall’inizio, rivolgendo l’attenzione alla percezione delle distanze fra diverse parti del corpo su un lato e sull’altro.

Si tratta di quello che gli allievi conoscono bene: lo scanning che introduce la lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento e la conclude per permettere di sentire le differenze: sdraiati sul tappetino, gli allievi osservano e ascoltano il corpo su un lato e sull’altro in termini di volumi, appoggi, pressioni, lunghezze. Questa analisi permette di riconoscere nel tempo la propria organizzazione muscolo-scheletrica, individuare le tensioni e le tendenze nell’orientamento rispetto allo spazio, infine osservare i cambiamenti in atto grazie alla pratica del Metodo. Un’altra strategia, frutto di un’intuizione preziosissima, è quella del tempo tra la fase preparatoria all’azione e l’azione stessa:

In tutti gli atti volontari due fasi si susseguono così rapidamente che è difficile percepire il lasso di tempo che intercorre fra l’una e l’altra. La fase preparatoria è la mobilizzazione dell’atteggiamento corporeo necessaria per compiere l’azione. La seconda fase è il compimento dell’azione. dal momento che vi è un intervallo di tempo minimo fra queste fasi è possibile imparare a inibire o a potenziare per scelta la mobilizzazione preparatoria. Quando vi è scelta, possiamo o completare l’azione o impedirla e annullare così l’i’ntero atteggiamento preparatorio. Nella lezione si chiarisce il lasso di tempo fra l’atteggiamento preliminare all’azione e il suo compimento. Tale chiarificazione o consapevolezza migliora la scioltezza e il controllo volontario dei movimenti.

51aHN5KIdtLQueste e altre strategie fanno del Metodo un approccio sofisticato e all’avanguardia alla salute umana, le cui potenzialità sono a mio parere ancora da approfondire per le risorse che ci riservano, tra l’altro di recente riconosciute da scienziati di fama mondiale. Ricordo fra tutti Norman Doidge con il suo libro The Brain’s Way of Healing ora tradotto italiano con il titolo Le guarigioni del cervello che dedica al Metodo Feldenkrais due interi capitoli e parte di un terzo. Per chi ne volesse un “asssaggio”, può leggere l’articolo “Nata senza una parte del cervello…” in cui ho tradotto un paragrafo importante prima della traduzione ufficiale del libro.

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Occhi e movimento: una porta per la consapevolezza

Gli occhi sono importanti organi di senso ancora molto sottovalutati nella loro funzione neuromotoria, ossia nell’importante ruolo che giocano rispetto alla qualità del nostro movimento, in quanto unico apparato sensore che è anche apparato motore. In genere ci si preoccupa della vista soltanto rispetto alla capacità di lettura alle diverse distanze, senza considerare che la principale funzione degli occhi è quella di organizzare il corpo per il movimento. Ci sono molte connessioni funzionali dirette tra i muscoli degli occhi e lo stato di contrazione di altri muscoli nel corpo e quindi è facile capire quanta influenza abbiano per la postura. L’informazione visiva e cinestetica vanno insomma a braccetto, ma di questo non ne siamo consapevoli nella nostra quotidianità e non ci soffermiamo sull’uso che facciamo degli occhi, che invece è della massima importanza per un buon uso globale del corpo e della mente e quindi per un benessere integrato. Si tenga presente che l’area del cervello dedicata alla elaborazione delle informazioni visive è insolitamente ampia. Ecco perché lavorare con gli occhi in associazione al movimento può essere un modo molto efficace per migliorare il funzionamento dell’intero sistema nervoso e dato che tutte le funzioni del sistema nervoso interagiscono tra loro, si possono migliorare postura, respirazione, movimento, pensiero e, ovviamente, la vista stessa. Il lavoro con gli occhi può essere molto valido ad esempio nel caso della scoliosi. In genere si limita l’attenzione alle curve della colonna, mentre varrebbe invece la pena osservare anche l’uso degli occhi, così come quello della mandibola o dei piedi… parti solo apparentemente lontane dal sintomo ma che invece sono determinanti nella minore o maggiore flessibilità della colonna e quindi possibili chiavi per il miglioramento della scoliosi.

Moshe Feldenkrais ha dedicato molte lezioni agli occhi e anche quelle incentrate su altre tematiche non tralasciano mai l’uso della vista nel movimento, portando l’attenzione allo sguardo e proponendo variazioni nella direzione degli occhi rispetto alle altre parti del corpo. E’ una delle strategie tipiche del Metodo Feldenkrais per migliorare la qualità del movimento e che allo stesso tempo può diventare un mezzo per migliorare la vista stessa all’interno di un programma personalizzato.

Prova questo breve estratto di una sequenza dedicata agli occhi, che puoi eseguire da seduto o da sdraiato.

Occhi rilassati per un benessere integrato

  1. Chiudi gli occhi e immagina di osservare una perla di fronte a te sulla linea dell’orizzonte (scegli dimensione e colore).
  2. Immagina che la perla si muova leggermente a destra e a sinistra e seguila con lo sguardo; fallo senza alcuno sforzo, con movimenti piccoli e lenti, se gli occhi fanno degli scatti riduci il movimento.
  3. Fermati e riposa.
  4. Porta l’attenzione al solo occhio destro e immagina che la perla vada dal centro a destra e ritorno, per qualche volta, sempre lungo la linea dell’orizzonte. Ricordati di respirare tranquillamente e di non forzare. Rilassa il collo.
  5. Fai una pausa.
  6. Sempre con l’occhio destro, immagina che la perla vada dal centro verso sinistra, ossia verso il naso, tornando ogni volta al centro.
  7. Riposa. Come senti l’occhio destro rispetto al sinistro e la pelle circostante? Come senti la guancia destra rispetto alla sinistra? Prova a girare la testa una volta a destra e una volta a sinistra e senti da quale parte giri meglio.
  8. Fai lo stesso con l’occhio sinistro (punti da 4 a 7).
  9. Rifai punto 2, ossia muovi lentamente la perla a destra e a sinistra lungo la linea dell’orizzonte e segui il movimento con entrambi gli occhi. E’ più ampio ora? Più fluido e regolare?
  10. Fermati. Osserva il tuo respiro e come è rilassato il tuo corpo, come senti la pelle del viso. Osserva il tuo stato d’animo e i tuoi pensieri. Potresti scoprire che lavorare in modo consapevole con gli occhi può diventare anche una pratica di mindfulness 😉

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L’apprendimento e il segreto del minimo sforzo

Se hai provato anche soltanto una lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais ti sarai sentito dire di non sforzarti mai, di rimanere entro i tuoi limiti, di cercare la comodità e la facilità del movimento… perché? Non si sente sempre dire che se non ci si sforza non si ottengono risultati? Negli sport, nelle discipline artistiche, nello studio… E’ decisamente un messaggio controcorrente, quello di cercare il minimo sforzo. Eppure è alla base dell’apprendimento organico, o sensorimotorio, perché avviene attraverso l’uso dei sensi in associazione al movimento nel continuo dialogo corpo-cervello. Il risultato di questo apprendimento sarà quello di ottenere di più facendo meno, con grande risparmio di energia e guadagno di vitalità e salute. Studi neurofisiologici hanno dimostrato che il cervello ha bisogno di individuare il superfluo per poterlo eliminare e, di conseguenza, inviare messaggi più efficaci ai muscoli. Il superfluo sono le tensioni che creano sforzi inutili dettati dagli automatismi – i  “movimenti parassiti” come diceva Feldenkrais. Essi sabotano un movimento corretto, funzionale, piacevole a farsi e a vedersi e ostacolano un reale apprendimento, diverso dalla capacità di specializzarsi. Posso infatti imparare un’attività, perfezionarmi fino a diventarne uno specialista, ma non è apprendimento, se con esso intendiamo la capacità di trovare il modo più efficace di compiere quell’azione. Per trovarlo devo essere consapevole di quello che faccio, di “come” lo faccio, così da poter cambiare il “come” a mio vantaggio. E il “come” è osservabile da parte del cervello soltanto con il minimo sforzo. Fai una prova: alza un braccio alla tua massima possibilità e alla velocità solita. Potresti ora dire se hai spostato il tuo peso più su un piede? Come hai usato il respiro? Hai inspirato o espirato mentre alzavi il braccio? E come hai usato lo sguardo? E’ rimasto davanti a te o ha seguito la direzione della mano? Che cosa hanno fatto la tua colonna, la scapola, le coste? Sono tutti elementi che fanno parte di come ti sei organizzato per alzare quel braccio. Ora fai la stessa azione più volte con un movimento lento e senza arrivare al massimo e ogni volta porta l’attenzione a un dettaglio diverso. La tua percezione del movimento è cambiata? Sei più consapevole di quello che stai facendo? Questo è l’inizio dell’apprendimento sensorimotorio: l’osservazione, grazie alla quale stai inviando preziose informazioni al cervello, che in questo modo riesce a operare le necessarie distinzioni sensoriali per perfezionare la tua organizzazione neuromuscolare. Vuoi saperne di più? Iscriviti alla newsletter di MovimentoSano, riceverai aggiornamenti in materia di body-mind learning e lezioni audio gratuite.