Mi sento quindi sono

libro mosheOggigiorno proliferano corsi, programmi, seminari, tecniche che vogliono insegnarci come vivere, come avere successo, come fare soldi, come essere felici ecc., tanto che emergono nuove figure come i life coach, termine che personalmente mi lascia perplessa. In un mondo in cui tutti ormai insegnano qualcosa, proponendo le tecniche più efficaci in ogni settore della vita professionale e personale, mi viene in mente la bella citazione di Moshe Feldenkrais:

Sarò il tuo ultimo insegnante. Non perché io sia il migliore insegnante che tu abbia mai incontrato, ma perché da me imparerai come apprendere. Quando impari ad apprendere ti accorgi che non ci sono insegnanti, ci sono  solo persone che apprendono e persone che studiano come facilitare l’apprendimento.

Sicuramente ci sono professionisti seri e il punto non è questo. Il punto è che, scorrendo offerte, slogan e proposte si ha l’impressione che ormai abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci dica che cosa dobbiamo fare, come se qualcosa avesse minato la fiducia in noi stessi, nella nostra capacità di intuire e riconoscere i nostri bisogni, di assecondarli per poterci sentire bene. Una cosa è certa: i bisogni li segnala il corpo, anche nella fisicità delle emozioni; la mente li può osservare e riconoscere, ma sembra che sia diventato difficile sentire il corpo, ascoltarne e rispettarne i messaggi.  Il corpo è un complesso e sofisticato sistema in cui nulla è separato (muscoli, scheletro, organi, sangue, nervi..) e tutto funziona simultaneamente e in sinergia per fornire la miglior risposta possibile all’ambiente in cui agisce e si muove. Il corpo è intelligente ed è il veicolo con cui esprimiamo il nostro essere più profondo, eppure è spesso percepito come estraneo, se non nemico quando procura disagio o dolore, valutato nella forma-immagine con cui appare o percepito in parti non collegate, soprattutto in quelle da “aggiustare”. Questa lotta con il nostro corpo inficia la qualità della nostra vita in ogni area, anche nelle relazioni (come faccio a sentire l’altro, entrando in empatia, se non sento me stesso?).

Se non impariamo a conoscerci il più possibile intimamente, limitiamo le nostre scelte e la vita non è piacevole senza la libertà di scegliere (Moshe Feldenkrais)

Se non ci identifichiamo con il nostro corpo nell’unità con il cervello e la mente, non possiamo conoscerlo (conoscerci) né ascoltarlo (ascoltarci) e diventa difficile capire i nostri reali bisogni. Diventiamo allora facili prede di messaggi promozionali che spesso puntano sui risultati in breve tempo, in una affollata vendita di “soluzioni pret à porter”: scorciatoie che fanno gola, ma che possono offrire soltanto una soluzione in brevi termini… altrimenti si smette di essere potenziali clienti. Per sentirci e conoscerci intimamente ci vogliono tempo e pazienza, ma è l’unica via per conoscerci e trovare il nostro star-bene in modo concreto, senza luoghi comuni, schemi mentali, pregiudizi o timori. La mente è potentissima e può portarci fuori da noi stessi, con mille convinzioni. Per non rimanere in balìa di concetti che sono altro da noi, per ritornare a sentirsi padroni di sé, autorevoli rispetto a se stessi è necessario riappropriarci del nostro corpo vitale ed entrare in contatto con la sua (la nostra) intelligenza.

La capacità del cervello di modificarsi è infinita, affermano oggi gli scienziati. La capacità di apprendere per il sistema nervoso è illimitata, scriveva Moshe Feldenkrais nel tardo Novecento. Attraverso il corpo, concreto e immediato nelle sue risposte in relazione agli stimoli sensoriali e motori dell’ambiente in cui agisce, possiamo stimolare il sistema nervoso in questo processo di apprendimento e miglioramento delle funzioni. Non attraverso scorciatoie o deleghe: ognuno con i propri tempi, i propri limiti, le fragilità, le proprie abilità e potenzialità e ognuno diventando responsabile di se stesso, laddove i limiti anziché essere ostacoli o fonte di frustrazione, diventano i veri punti di forza per il cambiamento.

Il Metodo Feldenkrais non insegna nulla, né esercizi né tecniche e tantomeno dà risposte. E’ piuttosto un “processo di indagine” affinché ognuno, nel proprio sentire, trovi le proprie risposte. Una lezione data a un adolescente con scoliosi, a un anziano con il Parkinson o a un cantante che vuole migliorare l’uso della voce avranno ovviamente obiettivi e risposte diverse, ma ognuno di loro apprenderà come continuare ad apprendere e quindi a migliorare.

DSC04441Nelle lezioni collettive di Consapevolezza Attraverso il Movimento e in quelle individuali di Integrazione Funzionale si impara a osservare ed esplorare se stessi in termini di propriocezione, interocezione e cinestesi per un viaggio verso l’autoconsapevolezza. Il tutto in modo giocoso, curioso, esplorativo, senza imposizioni, senza nessun senso di giudizio o competizione. Si impara a sentire le proprie emozioni nella loro fisicità, a percepirsi nella relazione spazio-temporale attraverso stimoli senso-motori, chiarendo l’immagine di sé nella mappa corticale. Ne consegue un ampliamento delle possibilità di movimento, in senso fisico, ma anche intellettivo e si abbandonano gli automatismi e le forme-pensiero che dettano a livello inconscio scelte e azioni.

Sentirsi significa esistere: sentire la vita che scorre dentro di noi e la vita attorno a noi, in un processo in divenire, in cui siamo interi e presenti.

 

 

 

 

 

La salute della schiena: istruzioni per l’uso

Il mal di schiena nelle diverse parti della colonna vertebrale – cervicale. dorsale. lombare, sacrale – è fra i dolori più comuni del nostro tempo. Eppure non è difficile evitarli o migliorarli. A una condizione: prendersi davvero cura di sé, attraverso la consapevolezza di come si usa il proprio corpo nella vita di tutti i giorni, nei gesti comuni così come in quelli più sofisticati di atleti, artisti, performer. La schiena non è una parte avulsa dal resto di noi. La schiena non soltanto ci appartiene, ma siamo noi nel nostro modo di muoverci, di agire, di percepire, di sentire e provare sensazioni, percezioni, emozioni. Basti pensare alle rigidità muscolari provocate da abitudini posturali scorrette così come da tensioni nervose… Se la schiena è parte integrante del nostro essere, allora iniziamo a sentirla di più nei nostri atti. Spesso quando si usano le mani o i piedi l’attenzione è soltanto su queste parti terminali e non ci si rende conto che il loro modo di lavorare dipende dalla colonna vertebrale. E’ quindi fondamentale che essa sia flessibile, perché ogni rigidità non inficerà soltanto la salute della schiena, ma anche il benessere degli arti. Di fatto ogni movimento richiede la disponibilità delle vertebre a muoversi fra di loro su diversi piani. Ne consegue che vertebre poco mobili limitino i nostri movimenti. E’ allora che, per raggiungere l’obiettivo, andiamo a forzare su fasce muscolari meno potenti, causando danni e irrigidendo ancora di più la schiena. La sua mobilità, flessibilità e potenza (così come quella degli arti) dipende anche dalla muscolatura più profonda che la collega alle gambe attraverso il bacino, chiamata ileo-psoas. Ecco allora che basta rilassare questa muscolatura per distendere la schiena e ritrovare spazio fra i dischi intervertebrali, come indico nell’audio “Rilassare il muscolo psoas”. Se invece vuoi esplorare la flessibilità e i movimenti della colonna, puoi provare questa lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento del Metodo Feldenkrais: “Fili e dita: trazioni e spinte per la colonna vertebrale”. Per ottenere i benefici desiderati, ossia acquisire consapevolezza corporea, evita qualsiasi sforzo o disagio. Ci sono tre chiavi fondamentali affinché il Metodo, che è un’autoeducazione somatica e non una tecnica o una ginnastica, funzioni e porti a cambiamenti e trasformazioni autentici e radicali:

1. cerca il piacere del movimento, se non è piacevole significa che è male organizzato e quindi non ti serve a nulla, anzi, rafforza le cattive abitudini,

2. vai lentamente per poterti osservare e conoscere così i tuoi schemi neuromotori, solo allora potrai modificarli e migliorarli,

3. rispetta il tuo corpo e i tuoi limiti: ogni segnale di dolore è un segnale intelligente di protezione, ascoltalo. I limiti si superano con l’intelligenza, non con lo sforzo 😉

Oltre alle lezioni Feldenkrais, fai tuoi alcuni accorgimenti sani, semplici ma efficaci, come ad esempio alzarsi ogni poco se stai lavorando da seduto, fare brevi ma frequenti pause; evitare i comfort quali ascensori e scale mobili o l’auto se non necessaria, camminare e muoversi il più possibile durante la giornata, piegarsi, inginocchiarsi, saltellare, ritrovando quei movimenti che da bambini venivano spontanei e che si tende ad abbandonare da adulti (accelerando l’invecchiamento!). Prova inoltre a compiere i gesti usuali in modo inusuale: ad esempio cambia lato su cui porti la borsa, usa la mano non dominante, inizia a salire i gradini con l’altro piede ecc. Questo serve sia a scoprire le proprie abitudini (dettate dall’organizzazione muscolo-scheletrica), sia a inviare informazioni nuove al cervello che si riadatterà, permettendoti di uscire dagli automatismi, sicuramente utili, soprattutto se si ha fretta, ma molto limitanti nell’uso di se stessi sia a livello fisico che di pensiero. Ricorda che la velocità non richiede fretta quando si utilizza in modo efficiente il proprio corpo:detta altrimenti, puoi ottenere il  “massimo risultato con il minimo sforzo”, secondo il pensiero di Moshe Feldenkrais.

 

 

Lo stretching che ringiovanisce

Lo stretching aumenta la tua flessibilità? La risposta è sì, a patto che tu conosca come funziona realmente, perché uno stretching sbagliato può far danni.  Lo stato di allungamento dei muscoli viene captato dai recettori delle fibre muscolari, i fusi neuromuscolari , che inviano le informazioni al midollo spinale (sistema nervoso centrale). Essi sono fondamentali sia per mantenere il normale tono muscolare e per eseguire movimenti ben organizzati, sia per prevenire lesioni e danni provocati da un eccessivo allungamento. Quando registrano uno stiramento, ordinano ai muscoli di contrarsi di più, secondo il fenomeno chiamato “riflesso di stiramento”. È un meccanismo sano, atto a prevenire lesioni e e strappi. Attenzione, quindi, a non provocarlo. Ricerche del Nicholas Institute of Sports Medecine and Athletic Trauma di New York e della Nebraska Wesleyan University hanno dimostrato l’inutilità dello stretching statico esercitato con forza meccanica, il quale di fatto provoca una deformazione delle fibre muscolari, poiché vengono allungate al di là dei propri limiti elastici. Non si tratta infatti di un allungamento, bensì di uno stiramento momentaneo e, una volta passato l’effetto, il muscolo si contrae, facendoci sentire l’esigenza di stirarlo di nuovo. Si crea così un circolo vizioso.

Bisogna quindi tenere presente che  la possibilità di allungare la muscolatura è determinata dal sistema nervoso e dalla sua “tolleranza” a un determinato raggio di allungamento. Se non tieni conto dei messaggi del sistema nervoso, continuando a forzare, i risultati saranno i seguenti:

1. non ci sarà alcun cambiamento in termini di flessibilità,

2. la muscolatura si accorcerà,

3. provocherai lesioni al tessuto.

La flessibilità si può ottenere soltanto attraverso la consapevolezza del proprio movimento, tale da permetterne il controllo. Anziché pensare a esercizi di stretching giusti o sbagliati, il primo passo verso questa consapevolezza è di osservarsi mentre si compie un gesto, evitando di agire in automatico.

Quando sai quello che fai, puoi fare quello che vuoi.

E’ una delle citazioni più famose di Moshe Feldenkrais, il cui Metodo è orientato proprio alla consapevolezza e al controllo dei movimenti (fisici e mentali, nella loro sincronia funzionale) e osservazione e attenzione a come si agisce sono fondamentali per iniziare a conoscersi.

Il secondo suggerimento è quello di introdurre nel propria quotidianità movimenti sempre più naturali, il che significa movimenti per i quali il sistema nervoso è programmato (secondo le esigenze di sopravvivenza dei nostri avi): camminare, correre, saltare, chinarsi, accovacciarsi, cambiare facilmente posizione da terra a in piedi ecc. Per riattingere a questo programma naturale, il consiglio è di evitare le troppe comodità. La “filosofia del comfort” infatti mina le nostre abilità e ci fa invecchiare anzitempo, facendoci dimenticare il grande repertorio di movimenti che abbiamo appreso quando, bambini, ci muovevamo per il piacere di esplorare e conoscere. Uno dei movimenti naturali è quello di sedersi per terra, in diverse posizioni (si può lavorare così anche al pc), abituandosi ad alzarsi e ad abbassarsi facilmente (si dice che questa abilità influenzi la nostra longevità!). Sempre secondo Feldenkrais, la vecchiaia inizia quando evitiamo alcuni comportamenti che riteniamo non adatti alla nostra età e così li dimentichiamo. In altri termini egli stava affermando quello che oggi gli neuroscienziati dichiarano sulla neuroplasticità (modificabilità del cervello): o la usi o la perdi. Quante volte da bambini abbiamo saltellato per strada o corso, abbiamo camminato all’indietro o su un piede solo, siamo saliti e scesi dai muretti… perché abbiamo smesso? Per darci un contegno? Il prezzo però è alto e forse vale la pena ricominciare a giocare (se si hanno bambini piccoli, figli o nipotini, c’è anche un’ottima scusa!). Un altro movimento che rafforza tantissimo è il gattonare e non è un caso se gli allenamenti sportivi oggi lo hanno integrato nei loro esercizi, assieme a tutta la gamma di quadrupedia animale, tanto da diventare una disciplina con l’animal flow. Di movimenti naturali che rendono i nostri muscoli potenti ed elastici ce ne sono tantissimi, senza nemmeno il bisogno di dividere il nostro tempo in categorie tra “esercizi” e “non esercizi”. Il sistema nervoso si adatta con la migliore risposta possibile: se passiamo troppo tempo incollati alla sedia ci trasforma in “esseri sedenti”, accorciando tutta la muscolatura profonda e i muscoli posteriori delle cosce. Dunque: non limitiamo i nostri movimenti e permettiamoci di esplorare le nostre possibilità, ampliare il repertorio, rimodellandoci a livello cellulare! Sopratutto, utilizziamo la nostra intelligenza, abbandonando l’idea che sforzi e dolori siano utili per raggiungere i nostri obiettivi. Se acquisiamo una buona organizzazione muscolo-scheletrica, eliminando i movimenti superflui (detti parassitari), il dolore non c’è.

Per migliorare il controllo muscolare e la propriocezione, aumentare la potenza, la coordinazione, la flessibilità e l’agilità attraverso l’intelligenza del sistema nervoso la vera chiave è l’educazione somatica, come il Metodo Feldenkrais, oggi sempre più diffuso non soltanto in campo riabilitativo, ma anche di prevenzione e di performance. Se sei uno sportivo, puoi scaricare gratuitamente l’ebook  che ho scritto “SmartFitness” dedicato all’allenamento body-mind. Interessante è anche questa tesi che ho trovato in rete sull’efficacia del Metodo Feldenkrais nell’allungamento dei muscoli ischiocrurali (i muscoli posteriori delle cosce).

Se vuoi provare, contattami, possiamo lavorare anche online.

Feldenkrais… e mediti comodo

La posizione della meditazione ti crea tensioni e disagi? E’ un problema piuttosto comune. Benché sia benefico, non è scontato che sia una pratica facile e può persino causare disagio. Mantenere certe posizioni può risultare molto scomodo e ci sono poi le tensioni muscolari abituali, che entrano subito in gioco e non se ne vanno per incanto quando si vuole meditare… Il rischio è quello di entrare in conflitto tra il desiderio di meditare e un corpo che non ci asseconda.

Il Metodo Feldenkrais può essere un valido aiuto per avvicinarsi alla meditazione e superare le iniziali difficoltà e può essere sempre di supporto e rafforzamento anche proseguendo con la pratica.

Prima riflessione: anche la meditazione è movimento, quindi non va concepita come una postura statica e di immobilità, come può sembrare quando si guarda la tipica foto standard di chi medita. C’è un continuo assestamento dinamico del corpo – di sé – in posizione, a partire dai supporti dello scheletro e dei rapporti dinamici fa i segmenti ossei, dati anche dalle fasi del respiro – in/es – in un fluire vitale e dinamico.

Seconda riflessione: delegare alle ossa il lavoro antigravitazionale permette di lasciar andare inutili tensioni e sforzi muscolari per “tenerci su”. In più, dà la possibilità, pur rimanendo “in posizione”, di eseguire microdondolii o microbasculamenti del bacino, impercettibili dall’esterno, che permettono di mobilizzare la colonna e di mantenersi flessibili e morbidi. Ci si sente saldi ma non rigidi, in equilibrio dinamico, con il respiro libero.

Terza riflessione: in questi movimenti minimi diventa facile trovare il “punto neutro”, uno dei principi del Metodo Feldenkrais. Si tratta di quel punto all’interno di un’articolazione in cui siamo liberi di stare senza stancarci e al tempo stesso di muoverci in ogni direzione. Giocare sul punto neutro troviamo una “quiete vibrante”, non stagnante, una sorta di “immobilità” al cuore del movimento, un senso vitale dello “stare”. La capacità di muoversi liberamente in qualsiasi direzione è la potenzialità massima del movimento, a partire dall’equilibrio e dal minimo dispendio energetico.

Quarta riflessione: oltre ad agevolare la comodità fisica, il supporto dello scheletro fornisce un aiuto psicologico. Vitale, elastico e forte al tempo stesso, lo scheletro ci supporta in questa neutralità rispetto alle tensioni “emotive” della muscolatura. L’attenzione della mente sui punti di appoggio, sulla dinamicità del soma, l’intero organismo, ci porta nel presente più concreto: la mente si ancora al corpo – al sé – nel qui e ora. La mente e il corpo possono fluttuare assieme, in una sospensione temporale, nella connessione con l’intero.

Se cerchiamo di mantenere una posizione statica, imponendocela anche quando sentiamo scomodità o addirittura dolori, la meditazione rischia di diventare un ennesimo sforzo contro se stessi, che il corpo segnala con dolori e tensioni che possono persistere anche dopo la pratica: nella zona delle spalle e del collo, nelle anche o nelle ginocchia, oltre a intorpidimenti o senso di nausea… Per evitare tutto ciò è sempre raccomandabile sciogliere la posizione e cambiarla quando non ci si sente bene o ci si sente nervosi. A poco serve dirsi di rilassarsi, anzi può aumentare il conflitto tra mente e corpo. “Rilassati” è un’indicazione astratta, generica, indefinita, priva di riferimenti. E’ impossibile rilassarsi se non si sa come farlo. Uno dei grandi meriti dello scienziato Moshe Feldenkrais è stato quello di rendere concreto l’astratto, attraverso una “anatomia esperienziale” che permette di sentire le differenze attraverso i sensi: pesante – leggero, piccolo – grande, rigido – morbido ecc. senza giudizi, ansia da prestazione, competitività. L’educazione a relazioni intelligenti e funzionali fra le varie parti di sé permetteranno di trovare una posizione naturalmente più eretta, stabile, comoda.

These forms are not a means of obtaining the right state of mind. To take this posture itself is the purpose of our practice. When you have this posture, you have the right state of mind.

Queste forme non sono un mezzo per ottenere il giusto stato della mente. E’ che quando assumi questa postura, tu hai il giusto stato della mente. (Shunryu Suzuki, Zen Mind, Beginner’s Mind​)

Prova la lezione audio che permette alle ginocchia di cambiare la loro posizione e di essere più libere attraverso la mobilizzazione delle anche, della colonna, della testa e del collo. Un altro suggerimento, quando sei a gambe incrociate, è di mettere dei supporti (cuscini o coperte) nello spazio che si crea tra il ginocchio e il suolo, così che le ginocchia non rimangano appese nello spazio, tirando la muscolatura.

Il mio risveglio con il Feldenkrais

Mi sveglio e prima di pensare, prima di “azionarmi”, mi sento: il contatto con il materasso, la sensazione sulla pelle, la forma che ho assunto, le parti in appoggio, il respiro… lascio andare.

Ascolto il mio respiro, il movimento che produce: nell’addome, nel torace, nella gola, nel naso e nella bocca, sotto le ascelle. Faccio esperienza della lunghezza del mio inspiro e del mio espiro, come cambiano le pressioni del mio corpo quando inspiro, come si allontanano le parti all’interno, occupando più spazio, dentro e fuori. Poi le pressioni che diminuiscono quando espiro, tutto si avvicina, mi ritraggo anche dallo spazio esterno. Espansione contrazione, espansione contrazione, espansione contrazione, i miei organi ricevono una sorta di piacevole massaggio, in un continuo fluire che è un divenire, un trasformarsi nel ritmo, nella temporalità, nella percezione interna, nella relazione con l’ambiente.

Battito: assieme al respiro, il mio cuore… pof… pof… pof… Sto con il cuore, sto con il respiro.

La mia attenzione va al viso, sento la pelle della fronte, la pelle attorno agli occhi, la pelle delle guance, le labbra, immagino che si distenda e si dilati, che si illumini. Allora la mia bocca si socchiude, la lingua si rilassa, la mandibola si abbandona alla gravità. Il mio respiro cambia. Il mio peso sul materasso cambia. Sento nuove parti, un diverso contatto.

Esploro. Con le dita dei piedi, che muovo lentamente e pigramente, provo le possibilità di pressioni, direzioni e spostamenti sulla superficie che mi accoglie. Sento come si trasmette la forza dai piedi al bacino… dondolo mollemente, vado e torno qualche volta, il movimento arriva alla colonna e raggiunge la testa. Mi fermo. Riposo.

Il mio respiro cambia ancora espansione ritrazione, espansione ritrazione, in un ritmo continuo mai uguale. Ogni respiro la scoperta di essere viva. Mi sento grata.

Muovo ancora le dita dei piedi, prima uno poi l’altro, poi assieme, poi alternati. Gioco. Sento sempre più parti di me che si destano, iniziano a dialogare, si trasmettono forza, vibrazioni, movimento. Inizia un impulso, come una corrente che fluisce attraverso i miei arti.

Arriva, da sé, il desiderio di muoversi, piedi gambe bacino schiena mani braccia testa, cambio i punti di pressione, cambio le direzioni, cambio il ritmo, ogni movimento un’esplorazione, una sensazione nuova, una rivelazione: girarsi, piegare le gambe, abbracciare un ginocchio e sentire al contempo il proprio respiro, percepire il modificarsi della forma come un tutto collegato che si plasma morbidamente, in un gioco di equilibri tra solidità e leggerezza… allora, mi dico, è possibile fare esperienza della propria vitalità guardando, e agendo, con un “occhio interno” (Moshe Feldenkrais la chiamava “anatomia esperienziale”).

Sono passati 10 minuti dal suono della sveglia, buon giorno!

Scoliosi: il punto di vista Feldenkrais

Quando si dice “hai la scoliosi”, “ho la scoliosi” è come dire “ho il braccio destro”, ossia una condizione permanente, mentre invece la scoliosi, nella visione dinamica di un sistema vivente, è un uso di se stessi dettato da un’abitudine neuromuscolare. La scoliosi, dunque, come attitudine: è questo in sintesi il punto di vista del Metodo Feldenkrais. E un’attitudine non è fissata per sempre, si evolve, si modifica… perché la colonna vertebrale non è una struttura inanimata, bensì un sistema vivo, in continuo divenire e parte integrante di un sistema complesso e interconnesso: il sistema neuro-muscolo-scheletrico dell’individuo. Spesso si dimentica che la scoliosi non è un mero “fatto” osseo e/o muscolare della colonna, bensì un’organizzazione dipendente dal sistema nervoso, dal cervello. Il lavoro con il Metodo Feldenkrais è quindi incentrato sulla possibilità di inviare nuove informazioni al cervello affinché possa riorganizzare la spina dorsale vista nel contesto dell’intero sistema psico-somatico. E’ un lavoro educativo e non correttivo. E’ quindi inutile dare indicazioni verbali su come “stare diritti”, “tenersi su” ecc., in quanto sono percepite come indicazioni astratte, che anzi portano la persona a forzare e ad aggravare le tensioni.  L’obiettivo delle lezioni Feldenkrais per la scoliosi, sia le individuali di Integrazione Funzionale sia le collettive di Consapevolezza Attraverso il Movimento,  è principalmente quello di fornire un repertorio più ampio di movimenti della colonna rispetto a quello che invece è diventato come unico possibile (le curve a S della scoliosi), permettendo alla persona di sperimentare e di esplorare nuove direzioni della colonna, e dell’insieme, rendendo la respirazione più libera e più ampia, i movimenti più fluidi e armoniosi. Il Metodo Feldenkrais non lavora “contro” il sistema nervoso, che tende a ripristinare la sua organizzazione quando essa è forzata da manipolazioni, ma “con” il sistema nervoso, coltivando nella persona una maggiore consapevolezza sensoriale, ossia la propriopercezione e la percezione cinestetica. Sarà questa personale e concreta consapevolezza a indurre un’autocorrezione spontanea dell’organizzazione neuromuscolare, frutto di un’autoeducazione.

Il primo passo con un educatore Feldenkrais sarà quello di conoscere le proprie curve e le proprie abitudini: da che parte ci si flette meglio, su quale lato si preferisce dormire, da che lato si  flette o si gira più volentieri la testa, quale braccio si alza di più, da che parte si mastica, come si usano gli occhi, dove c’è più spazio per il respiro ecc. Quando si conoscono le proprie curve, sarà possibile esagerarle un po’, rilasciandole lentamente, così da allentare in modo spontaneo le tensioni croniche. E’ un modo facile e piacevole per permettere al corpo di rilassarsi, senza alcuna forzatura. Una strategia potente è quella definita da Ruthy Alon, allieva diretta di Moshe Feldenkrais, “neurological diplomacy” (diplomazia neurologica), che consiste nel creare intenzionalmente con le parti che si muovono più facilmente le difficoltà che si hanno con le parti corrispondenti dell’altro lato: ad esempio se si alza più facilmente il braccio destro verso il soffitto rispetto al sinistro, si inibisce il movimento con il braccio destro, dopodiché il braccio sinistro migliorerà. E’ una strategia in cui si può utilizzare anche solo la visualizzazione. Un’altra strategia è quella di  rendere uguali i  movimenti dei due lati, riducendo quello della parte più libera (anche questa una sorta di “diplomazia neurologica”). E’ bene inoltre iniziare anche nella quotidianità a sperimentare nuove possibilità, come ad esempio utilizzare la mano non dominante o camminare all’indietro e in diverse direzioni. Fondamentale è l’uso degli occhi, poiché essi hanno un grande effetto sul movimento dell’intero corpo. In caso di scoliosi si potrà notare un uso asimmetrico degli occhi. Per capire anche in questo caso le abitudini si può fare il seguente test: ci si sdraia supini con gli occhi chiusi e sguardo verso il soffitto, per notare se si sta guardando davanti a sé o se invece c’è una preferenza a guardare più a destra o più a sinistra. A quel punto si può provare con la strategia delle “diplomazia neurologica” succitata e creare una difficoltà intenzionale nella direzione più facile. Sono, questi, piccoli esempi di un lavoro di autoeducazione, per conquistare, senza forzature, una maggiore consapevolezza dei propri movimenti, dei limiti e delle possibilità, permettendosi di esplorare nuovi “territori” in modo piacevole, facile, ma decisamente efficace in termini di libertà rispetto alle restrizioni di un’attitudine scoliotica.

Il secondo audio per la gestione dello stress

Il problema non è lo stress in sé, ma la sua gestione. Lo affermava già il medico Hans Seyle (1907 – 1982), padre della ricerca sullo stress:

Lo stress di per sé non è negativo, anzi è un allenamento alle continue sfide della vita. Sono il suo eccesso e il suo perdurare nel tempo a essere nefasti […] Quello che conta non è eliminare lo stress, che sarebbe come eliminare la vita, ma la sua gestione

Il Metodo Feldenkrais aiuta a gestire lo stress, in quanto ci rende consapevoli delle nostre reazioni somatiche: è il corpo, o meglio il nostro organismo, che infatti reagisce. Ci si può ripetere mille volte di non essere ansiosi, di non preoccuparsi, di non pensare o rimuginare, ma i risultati durano poco. Per uscire dagli schemi emotivi è necessario percepirli nel corpo, sentirli nel respiro, nei muscoli, negli organi, “accorgersi di”: di tendere le spalle, di serrare i denti, di stringere le mani, di respirare corto… In questo secondo esercizio neurosensoriale potrai riconoscere e allentare molte microtensioni, altrimenti difficili da individuare e che ti succhiano molta energia.

Voglio ricordare che lo stress di fatto è una risposta primordiale a una minaccia o a un pericolo (stressor/stimolo): l’organismo si attiva velocemente per fronteggiare la criticità e poi tornare, il più presto possibile, al suo normale equilibrio operativo basale. Il problema nasce quando questo flusso viene interrotto e la risposta si cronicizza, vuoi perché i fattori di stress sono continui (tipico della vita odierna), vuoi perché la risposta anziché essere esplicitata implode (come la rabbia repressa); oppure quando si attraversano momenti della vita particolarmente difficili e duri che tengono il sistema nervoso perennemente in stato di allerta. Studi recenti hanno dimostrato che gli stimoli stressori continui, anche se lievi, producono nel lungo tempo danni anche gravi alla salute, in quanto abbassano le difese immunitarie. E’ quindi importante lavorare sulla consapevolezza anche in termini di prevenzione. Purtroppo il nostro stile di vita non favorisce un basso livello di stress: ritmi e complessità del mondo professionale, impegni familiari, continue seccature più o meno grandi (traffico, bollette, colleghi…), competitività, richieste multitasking, controllo, problem solving ecc. che causano tra l’altro mancanza di tempo per sé e per coltivare i propri interessi. Vengono a mancare le fasi di riposo e di recupero. Agisce una moltitudine di forze che ci portano “fuori di noi”, con la mente “altrove”: tutto sembra importante e urgente. Ne risulta uno stato permanente di tensione e di ansia e tendiamo a vivere con il pilota automatico. Perdiamo così l’unico momento reale che ci è dato vivere: il momento presente. Il Metodo Feldenkrais aiuta a vivere pienamente il presente in quanto “mindfulness in movimento“. Quello che conta è la nostra risposta di adattamento. Si chiama resilienza, parola chiave per il nostro stato di salute. Qualche suggerimento lo trovi in Stress e stanchezza: come recuperare energia grazie al Feldenkrais.

 

 

Feldenkrais, l’allenamento del cervello

Il cervello è costruito, per sua natura, per cambiare se stesso

Così il noto neuroscienziato Michael Merzenich. Questa qualità del cervello si chiama neuroplasticità. A ciò si aggiunga che

I neuroni che si accendono assieme, si legano, neurons which fire together wire together (Norman Doidge, “Le guarigioni del cervello”)

Questi due presupposti sono un vero “tesoro” da cui l’essere umano può attingere per il proprio benessere, perché ci dice che non siamo “fissati” una volta per tutte, ma che possiamo cambiare e migliorare le nostre funzioni, anche in caso di malattie, incidenti, limitazioni di diversa natura. Un’ottima notizia in termini di qualità della vita. Ci sono sempre più studi, ricerche e testimonianze (si veda lo stesso libro di Doidge) di come il cervello riesca a recuperare funzioni grazie alla sua plasticità, se ovviamente essa viene stimolata in modo corretto (un esempio eclatante in cui è stato usato il Metodo Feldenkrais è la storia di Elizabeth, “Nata senza una parte del cervello“). Per attingere a questo potenziale il cervello deve essere “allenato”, altrimenti non solo non si creano percorsi neuronali nuovi, ma si perdono anche quelli non utilizzati. Sempre in Doidge leggiamo che:

la neuroplasticità o la si usa o la si perde, (use it or loose it).

Ecco perché oggi il Metodo Feldenkrais, fondato a metà Novecento, si rivela all’avanguardia e proiettato al futuro. La fiducia che il suo fondatore aveva nel potenziale umano si rivela ben riposta, il punto sta nel risvegliarla e il Metodo è uno degli approcci in grado di farlo. Esso infatti si basa sul linguaggio del cervello, che è il movimento, e utilizza questo linguaggio – il movimento – per stimolare un apprendimento continuo, ossia nuovi percorsi neuronali. Con movimento non si intende il gesto in sé, ma il processo che lo forma, includendo in un insieme sensazione, emozione, pensiero, azione. Il punto infatti non è quello di imparare a eseguire i movimenti, ma di imparare ad apprenderli nel loro farsi, osservando e sperimentando un processo sempre migliorabile. E’ come una meditazione: si elimina la finalità del gesto, benché esso abbia un obiettivo, per rimanere nel processo, nel “momento per momento”, senza giudizio, aperti a più soluzioni e modalità, quindi a strade sempre nuove. Fissarsi sull’obiettivo fa perdere l’attenzione su un ricca fonte di informazioni che arrivano durante il processo. Noi non possiamo sapere in anticipo la strada che ci permetterà di realizzare gli obiettivi futuri, possiamo costruirla soltanto in ogni nostro “passo” . Rimanere nel processo significa avere obiettivi flessibili. La compulsione verso l’obiettivo programmato (nei tempi e nei modi) limita la nostra capacità di risolvere i problemi, perché ci rende poco sensibili e attenti, tenendoci in ansia e facendoci cadere facilmente in uno stato di frustrazione e di fallimento se il nostro obiettivo si allontana, se si frappongono ostacoli. Dirigere l’attenzione su obiettivi flessibili ci fa invece giungere a quello finale in modo più consapevole… tanto che potremmo addirittura accorgerci di volerlo cambiare, perché magari non ci interessa più. E’ la differenza tra essere chiusi e rigidi o aperti e flessibili ed è quanto richiesto nelle lezioni Feldenkrais per un apprendimento autentico, che viene dalla nostra esperienza e dalla nostra capacità di trovare soluzioni, anche attraverso errori e tentativi. Questo apprendimento mantiene il cervello attivo, “acceso”, attingendo alla sua plasticità per trarne vantaggio in termini di benessere psicofisico. Fondamentale a questo punto elencare i principi che permettono questo stato di “on” del cervello, fuori dagli automatismi che lo addormentano. Sono i principi che trasformano il movimento in strumento prezioso per ricablare il cervello.

1. L’attenzione

“Il movimento è vita, senza movimento non c’è vita” (Moshe Feldenkrais),

“niente accade fino a quando qualcosa non si muove” (Einstein).

Il movimento è il linguaggio del cervello, lo aiuta a crescere e a formarsi; al tempo stesso il cervello è l’organizzatore del movimento (un cervello senza corpo non potrebbe pensare. Il movimento è essenziale per mantenerci in salute (si pensi ai danni da vita sedentaria), ma non basta. Il movimento automatico non innesca nessun cambiamento, rafforza semplicemente i modelli già acquisiti (le cosiddette abitudini neuromotorie). Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che nell’automatismo non si registrano cambiamenti significativi nell’attività neuronale. Mentre invece se ci muoviamo con attenzione a ciò che sentiamo mentre ci muoviamo, si formano nuove connessioni sinaptiche: il cervello si accende con billioni di nuove connessioni neuronali, quelle che servono per l’apprendimento di nuove risposte di adattamento (nuovi percorsi neuronali).

2. La lentezza

Quando ti muovi in velocità puoi fare soltanto ciò che sai fare (Moshe Feldenkrais),

mentre se rallenti dai la possibilità al cervello di porre attenzione e osservare, quindi conoscere quello che fai realmente per poter scegliere con maggiore libertà:

Se sai quello che fai, puoi fare quello che vuoi (Moshe Feldenkrais).

La lentezza è il presupposto per uscire dagli automatismi nel modo di agire, di pensare, di parlare, di interagire. Permette di entrare a un livello più profondo della nostra vita, meno reattivo e meno automatico. Il pensiero lento (attivato nella corteccia cerebrale) è quello che ci caratterizza come esseri umani, quello della riflessione, dell’introspezione (interessante a tale proposito la lettura de “L’elogio della lentezza” di Lamberto Maffei, professore di neurobiologia alla Normale di Pisa).

3. Le differenze

Il sistema nervoso impara se può percepire le differenze, ma per sentirle ha bisogno che lo stimolo si abbassi. Proprio l’opposto a cui siamo abituati, nella richiesta continua di sforzarci di più per ottenere risultati (nelle attività fisiche così come in quelle intellettuali). Invece per superare il dolore e la limitazione un cervello ha bisogno di diminuire gli stimoli- E’ come abbassare il rumore in una stanza per sentire i suoni più sottili. La legge fisica di Weber-Fechner, utilizata da Moshe Feldenkrais nel suo metodo, descrive come abbassando lo stimolo si aumenta la sensibilità e si potenzia l’abilità del cervello di percepire le più piccole differenze e apprendere nuove risposte grazie a nuovi percorsi neuronali.

4. Le variazioni

Sono quelle che ci risparmiano dalla noia, fornendo carburante al cervello grazie alla ricchezza di stimoli e di informazioni. Il cervello si nutre di variazioni, tutto ciò che è ripetitivo non lo allena. Le variazioni inoltre ci salvano dalla rigidità, dal percorrere sempre le stesse strade scivolando in una vita con “il pilota automatico”. Le variazioni stimolano la curiosità, sale della vita e origine della creatività, ci permettono di giocare e di risvegliare i nostri sensi, sentirci più vitali e di aprirci a nuove idee.

Questi quattro principi, riconducibili a un movimento eseguito con attenzione, senza sforzo, a una velocità che ci permette di osservarci e percepire differenze tra le diverse modalità, oltre che giocato sulle variazioni per tenere deste curiosità ed entusiasmo, rappresentano il tipo di  movimento eseguito durante le lezioni Feldenkrais che si riflette in un atteggiamento – un modus vivendi – nel nostro quotidiano; per una vita piena, ricca di stimoli e di gratificazione anche nei gesti più semplici che non diventano mai banali. I nostri sensi sono aperti e ricettivi, ci sentiamo pienamente vitali e agiamo con entusiasmo, trasmettendolo a chi ci sta vicino. La vita si arricchisce di significato e ci sentiamo liberi di legittimare i nostri sogni, la nostra immaginazione, la configurazione di nuove possibilità. Pensiamo, sentiamo, sperimentiamo in ogni momento, tenendo desto il cervello, facendo circolare la nostra energia in un flusso. Anche le emozioni fluiscono, non si inceppano nelle tensioni muscolari. Si formano, ma possono sciogliersi con più facilità. E’ una trasformazione personale, attivata dal nucleo vitale che è il nostro sistema nervoso. Nessun altro metodo a oggi lavora con il movimento in questi termini come lo fa il Metodo Feldenkrais.

Focus! Come l’attenzione ti cambia la vita

Oggi la scienza vede cervello, corpo e ambiente come un insieme funzionale. Moshe Feldenkrais scriveva, a metà Novecento:

Una persona è fatta di tre entità: il sistema nervoso, che è il nucleo; il corpo, con lo scheletro, i visceri e i muscoli; l’ambiente. Questi tre aspetti danno un’immagine attiva dell’essere umano.” E anche: “L’unità della mente e del corpo è una realtà oggettiva. Non si tratta solo di parti in qualche modo collegate, ma di un tutto inseparabile al momento del funzionamento.” (da Mente e corpo).

Il corpo non è un abito che indossiamo, è la casa in cui viviamo. Il corpo siamo noi: nella sua unità funzionale con la mente, è la base del nostro sé, come afferma il neuroscienziato Antonio Damasio:

C’è un legame forte e permanente tra le zone del cervello che regolano il corpo e il corpo stesso….

Il corpo è la manifestazione concreta del nostro modo di agire nel mondo, di sentire, di pensare, di provare emozioni e sentimenti. Se non lo ascoltiamo non ci conosciamo e non ci riconosciamo, mentre quando ci riappropriamo del nostro corpo ci riappropriamo di noi stessi, in una consapevolezza incarnata, come scrive Lea Kaufmann, Feldenkrais Trainer, in “Apoderate de tu cuerpo”:

Quando la tua attenzione è focalizzata sul tuo corpo, questo, per se stesso, inizia a lavorare meglio. E la cosa meravigliosa è che i cambiamenti che senti si verificano nel tuo cervello

Ciò è possibile perché, contrariamente a quanto si è creduto per molto tempo, il cervello cambia continuamente e per tutta la vita, si formano sempre nuove connessioni e si modifica la struttura interna delle sinapsi esistenti. Si chiama neuroplasticità. Il mezzo per stimolare la neuroplasticità è l’attenzione, un’attenzione sensoriale, spazio per la consapevolezza e strumento per inviare nuove informazioni al cervello. Perché la neuroplasticità “o la si usa o la si perde”, come scrive lo psichiatra Norman Doidge in “Le guarigioni del cervello”. Sull’attenzione e il suo potere di trasformazione scrivono ormai in molti autori:

Daniel Goleman, psicologo e scrittore, in “Focus, perché fare attenzione ci rende migliori e più felici”

Quando rivolgiamo piena attenzione ai nostri sensi, il chiacchiericcio mentale di default si zittisce.

E ancora:

Mentre la mente sta vagando, i nostri sistemi sensoriali si spengono e, al contrario, quando ci concentriamo sul qui e ora si indeboliscono i circuiti neurali responsabili del vagare della mente.

Jon Kabat-Zinn, fondatore della clinica dello stress in Massachusets, in “Vivere momento per momento”

La consapevolezza è essenzialmente attenzione.. è come risvegliarsi dall’abitudine di agire meccanicamente, inconsapevolmente.

Si tratta di un’osservazione neutra, senza nessuna intenzione di giudicare, cambiare o correggere, perché si tratta di imparare a riconnettersi con il corpo, ad ascoltare, riconoscere, accogliere i segnali biologici interni (interocezione), a percepire il corpo nei rapporti gravitazionali e spaziali (propriocezione e cinestesi), a riorientarsi nel proprio ambiente per interagire e sentirsi vivi e dinamici nel “qui e ora”. Per allenarti a questa connessione con il corpo (con il sé), puoi iniziare a eseguire giochi neurosensoriali e neuromotori basati sui principi del Metodo Feldenkrais (prova con questo audio). Stimolano la neuroplasticità e, di conseguenza, la flessibilità mentale, le abilità cognitive e mnemoniche, la creatività:

Quello che mi interessa non sono corpi flessibili, ma menti flessibili (M. Feldenkrais)

Video “Focus on #9″: I passaggi di posizione

Siamo spesso inconsapevoli di come passiamo da una posizione a un’altra, ad esempio da seduti a in piedi, da sdraiati a seduti… Eppure sono tutte azioni quotidiane e se non lo facciamo in modo ben organizzato ci affaticano e ci danneggiano, perché andiamo a forzare muscoli e articolazioni inutilmente. Agevolare il passaggio da una posizione a un’altra è il fulcro di molte lezioni del Metodo Feldenkrais. In questo video ti propongo una piccola auto osservazione, per scorpire “come” cambiposizione, quali parti usi, come respiri, se utilizzi la forza di gravità oppure no, se attivi il tuo centro o la muscolatura più piccola e meno forte. E’ l’inizio, solo l’inizio per conoscersi, ossia per sapere come ci si organizza nella vita, come ci si muove, come si agisce, se in modo efficace, naturale, funzionale, economico, oppure boicottandosi inconsapevolmente.