Io e il Feldenkrais

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“Se non si è mai assaggiato un mango è impossibile conoscerne il sapore, anche se te lo descrivono”. Così diceva Moshe Feldenkrais a proposito del suo Metodo: si può spiegare quanto si vuole, ma per comprenderlo davvero bisogna farne esperienza. Anche, aggiungo, perché la vera conoscenza passa da lì, dall’esperienza dei nostri sensi e non dal trasferimento in termini accademici di informazioni o nozioni. Mi sono quindi detta che, forse, un racconto è meglio di tante definizioni e ho deciso di raccontare quello che è per me, nel mio vissuto personale, il Metodo Feldenkrais. Mi farà piacere se chi lo ha provato vorrà riportarmi la sua esperienza, così da pubblicare altri vissuti.
A oggi tutte le definizioni che si possono utilizzare credo rimangano per lo più oscure. Direi che non c’è, perlomeno in Italia, una terminologia di comprensione comune, forse perché sono concetti ancora molto nuovi e quindi manca un linguaggio corrispondente e, soprattutto, riconoscibile e riconducibile a una categoria. Per definire il Metodo si parla di educazione somatica, apprendimento organico, apprendimento sensorimotorio, educazione (o autoeducazione) neuromotoria, pedagogia… ma per la maggior parte delle persone questi termini dicono poco e nulla. Allo stesso tempo indicano però la specificità del Metodo rispetto a terapie, discipline e tecniche del settore salute e benessere, ossia che siamo nel campo dell’apprendimento, non quello accademico, ma quello che passa dall’esperienza organica. Si tratta, in definitiva, di “imparare col corpo”, un concetto oggi sempre più comune fra scienziati, psicologi, educatori ma non ancora molto diffuso fra il pubblico. Si pensa in generale che imparare sia ascoltare nozioni, registrarle, memorizzarle, elaborarle. Pensiamo ad esempio alla scuola, dove ai ragazzi viene chiesto di apprendere stando seduti composti con lo sguardo rivolto all’insegnante. L’apprendimento organico, quello proposto dal Metodo Feldenkrais, coinvolge invece l’intero nostro essere e ci permette di imparare non assorbendo nozioni o concetti già stabiliti, ma sperimentando la realtà in prima persona attraverso domande che poniamo a noi stessi nell’auto-osservazione. I movimenti che si eseguono durante una lezione di Consapevolezza Attraverso il Movimento sono pensati per stimolare la persona intesa come un sistema integrato, interconnesso e funzionale, composto dallo scheletro, dai muscoli, dagli organi (interni e di senso) e dal sistema nervoso. Insomma, un corpo che coincide con l’intero nostro essere. Il movimento, caratteristica fondante della vita, diventa così la chiave per accedere alla globalità dell’essere umano e aprirgli la possibilità di una nuova e più chiara (consapevole) connessione con se stesso e con l’ambiente, con il quale egli crea un’unità funzionale fin dalla vita prenatale. Si osserva, si registrano le sensazioni, i pensieri, le emozioni, ci si pone domande, si sperimenta, si sceglie. Nessuno ci dice a priori se un gesto è giusto o no e come dobbiamo compierlo, lo comprendiamo strada facendo perché scopriamo quello che è “giusto per noi”. Non in modo astratto, ma concreto e tangibile. Un’esperienza che modifica il nostro modo di pensare, di relazionarci, di valutare, di agire… in una parola, di vivere. Sono più di trent’anni che mi appassiono alle possibilità espressive del corpo: danza classica, moderna, contemporanea, tango argentino, Tecnica Alexander, movimento olistico, raya yoga, tai chi chuan…. ma quando ho provato il Metodo Feldenkrais ho sentito che questa esperienza era diversa da tutte le precedenti. Con diversa non intendo migliore, ma che non avevo sperimentato in precedenza: non si trattava più di una disciplina impartita da altri, in cui il mio corpo si muoveva secondo idee e modelli, ma era un’esplorazione personale attraverso l’osservazione in dettaglio del mio corpo in movimento nello spazio. Nessuno mi mostrava quello che dovevo fare o mi correggeva, semplicemente mi guidava nel mio percorso di autoconoscenza, ponendomi domande alle quali non avevo mai pensato prima, domande che non davano nulla, ma proprio nulla, per scontato. E così ho iniziato a muovermi, anche quando ballo, non più secondo l’idea che avevo della forma del movimento, ma sentendo da dentro il “mio” movimento. Durante gli anni della formazione per diventare insegnante del Metodo, che è stato il regalo più bello che potessi farmi nella vita, ho scoperto sempre più il mio modo di muovermi e quindi di agire anche in termini emotivi e psicologici, ho percepito nella mia organizzazione muscoloscheletrica le mie reazioni automatiche, quelle che Moshe chiama “abitudini” e mi sono data nuove possibilità. Continuando in questa esplorazione – un viaggio senza fine – mi sembrava sempre più di tornare a me stessa, di riconoscermi e anche di riconciliarmi con i miei limiti, le mie debolezze, quelli che consideravo difetti e che ora considero le mie peculiarità. La sensazione di tornare a casa diventava sempre più forte: io ero diventata un luogo sicuro per me stessa. Allora ho iniziato ad avere meno paura, meno paura dei giudizi, meno paura delle sconfitte o delle delusioni, meno paura delle mie aspettative… sapere la strada di casa non mi fa vivere come un’illuminata, mi permette semplicemente di ritrovare presto un porto sicuro se c’è la tempesta. Emotivamente, l’ascolto del mio corpo mi permette sempre più di riconoscere rapidamente come sto, che cosa voglio, di che cosa ho bisogno.
E non devo astrarmi dalla concretezza della vita o andare in un luogo particolare: la riconciliazione può avvenire dentro di me ogni volta che voglio là dove mi trovo. Con un po’ di pazienza, a volte…. ma infine arriva. Anche questa è una particolarità del Metodo Feldenkrais: non ho bisogno di assumere una particolare posizione, eseguire una specifica tecnica di respirazione o cercare un determinato ambiente per essere presente nel qui e ora…. A me piace dire che il Feldenkrais è “mindfulness in movimento”, poiché è integrata nella realtà quotidiana. Le lezioni di Moshe Feldenkrais sono sempre pensate in funzione di un gesto, quindi legate agli aspetti pratici. Esse portano la danza nel quotidiano, almeno per me che amo danzare. Dirò di più, la presenza nel corpo vivente può diventare strumento per la spiritualità: siamo esseri fisici e la nostra spiritualità a mio parere non è disgiunta da questa fisicità; anzi è il corpo che ci dà la possibilità di mettere le ali. Dopo anni di osservazione sul corpo e sulle sensazioni fisiche, mi capita di non sentirlo più… quando il mio scheletro assolve la sua funzione di sostegno in relazione con la gravità, i miei muscoli lavorano in armonia senza farmi sentire alcuno sforzo e il mio respiro è fluido, sento una leggerezza che ha dell’incredibile e in quei momenti mi chiedo se un corpo ce l’ho. Anche la mente è sgombra, io sono semplicemente lì, godendo di quella frazione di vita, la mia e tutta quella che si muove attorno a me.

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